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Il romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore) su “RadioLibri” (la prima radio interamente dedicata al mondo dei libri)

Il romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore) su “RadioLibri” (la prima radio interamente dedicata al mondo dei libri)…
(ascolta qui il podcast): http://www.radiolibri.it/prima-pagina-come-un-film-francese/

Nuova recensione al romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), oggi su “Tararabundidee”


tararabundidee

Come un film francese, Roberto Saporito.

Oggi vi parlo del libro “Come un film francese” di Roberto Saporito, edito da Del Vecchio Editore, costo 14 euro.

Questo libro è esattamente come sono i film francesi: strani. E’ una stranezza bella però, breve (134 pag.), ma intensa. Il romanzo è diviso in tre parti:

1. ha come narratore – protagonista il professore.
2. ha come narratrice – protagonista Lea.
3. ogni capitolo è narrato da uno dei due.
Questa soluzione fa conoscere molto bene la psicologia dei personaggi ed assicura un effetto sorpresa quando cambia il narratore. Penso che questo libro sia un misto tra il romanzo e il racconto, ogni capitolo potrebbe avere una sua autonomia e rimanere slegato dal resto, gli episodi si susseguono senza linearità cronologica: si passa da un episodio ad un altro improvvisamente e questo secondo me rende la narrazione molto movimentata ed originale.

I PERSONAGGI

I protagonisti sono due, come vi ho detto il primo ci viene presentato nella prima parte ed è un professore maschio. MASCHIO nel senso che non è un personaggio costruito, non è il professore della Bronte, niente sensibilità, è un maschio normale: scruta, osserva e descrive ogni corpo femminile, è molto impulsivo, non gli interessa dei sentimenti delle donne che frequenta, però è un personaggio che mi è piaciuto molto. Nonostante tutte queste sue meravigliose qualità non è assolutamente una cattiva persona, anzi non è proprio un tipo baciato dalla fortuna, è un uomo alla deriva, che vorrebbe rimettersi a scrivere, vorrebbe essere serio, ma non ci riesce. Le distrazioni sono così tante che le sue stesse volontà sfumano via. E non riesco a condannare la sua superficialità, in qualche modo mi viene più da compatirlo che da rimproverarlo. Una delle tante distrazioni è la meravigliosa Carlotta, la fidanzata del professore ed anche se compare poco nella storia mi è piaciuta molto, per la sua innocenza angelica, ma sensuale me la sono immaginata come la protagonista del fumetto Sacro/Profano: Angie!

L’altra protagonista è Lea e per me lei è no. (Momento di critica sul mondo attuale, da grande Matrona: le diciassettenni non possono essere così sveglie, così attive sessualmente, così… senza genitori che pressano, volgari, vestite male, violente, antipatiche eppure lo sono e Lea è così.) Mi piace molto com’è stato costruito questo personaggio, perchè è estremamente realistico: le adolescenti che vogliono conquistare il mondo, che hanno sete di esperienze estreme i cui genitori sono inesistenti sono l’attualità.

Dopo questa riflessione sui massimi sistemi, posso dire che ve lo consiglio, dovete leggerlo. E’ una lettura che scorre facilmente, non impegnativa, un bel quadro su due mondi differenti, sull’incontro di una normale persona con le alte e ricche sfere, sull’avvicinarsi di una persona (quasi) matura e di un’adolescente che nonostante le loro grandi differenze riescono a legarsi e poi…

FINALE: LA GUERRA DEI MONDI. Veramente sorprendente, io non mi sarei mai aspettata una fine simile, ancora non ci credo!

Allora forza: comprate, leggete, fatemi sapere!

Lo scrittore Roberto Saporito oggi sulla “Gazzetta d’Alba”

“Invento delle storie” un nuovo libro di racconti di Roberto Saporito pubblicato da “Satisfiction/Bookmark Literary Agency”

“Invento delle storie” è piccolo libro di racconti (solo in formato eBook) di Roberto Saporito pubblicato oggi nella collana editoriale di Bookmark Literary Agency e dalla Rivista Letteraria “Satisfiction” che da pochi mesi hanno incominciato a pubblicare libri: dagli “Inediti di Satisfiction” (tra gli altri racconti di Francis Scott Fitzgerald, Charles Bukowski, Jack Kerouac, Èmile Zola) a un introvabile romanzo di Elia Kazan, passando per un Italo Svevo praticamente sconosciuto fino ai caustici scritti del critico letterario e poeta Nicola Vacca che ha, anche, curato la prefazione* al mio volume.

Disponibile nel canale Amazon di Bookmark Literary Agency:

https://www.amazon.it/Invento-delle-storie-Otto-racconti-ebook/dp/B01FU9DIR2?ie=UTF8&qid=1463638796&ref_=sr_1_1&s=digital-text&sr=1-1

*la prefazione di Nicola Vacca:

«La scrittura è tutt’altro che sollievo. La scrittura rievoca, precisa. Introduce un sospetto di coerenza, l’idea di un realismo. Si sguazza sempre in una caligine sanguinolenta, ma un po’ si riesce a raccapezzarsi. Il caos è rinviato di qualche metro. Misero successo, in verità».
Queste parole le scrive Michel Houellebecq nel suo romanzo “Estensione del dominio della lotta” e mi sono venute in mente mentre leggevo “Invento delle storie”, una raccolta di racconti di Roberto Saporito.
Tutto sommato la scrittura non è mai un rifugio, al massimo la possiamo considerare una prospettiva del non senso in cui l’unica cosa certa e l’attraversamento con le parole.
Roberto Saporito sa, come il suo amato Houellebecq, che la scrittura è tutt’altro che sollievo, e di conseguenza inventa delle storie senza preoccuparsi minimamente di ferire con l’essenzialità di una lingua che non cerca accomodamenti o posti sicuri di approdo.
Se si leggono i primi due racconti di questo libro (L’ascensore e Voci) la prima sensazione che si avverte – grazie alla scrittura rarefatta e estremamente essenziale nel suo straordinario gioco di sottrazione delle parole – è uno spaesamento labirintico in cui non luogo e assurdo dettano kafkianamente le regole del narrare che hanno a che fare con l’insensatezza dei personaggi e del vivere.
Sia il protagonista del primo che del secondo racconto sono travolti da un metafisico accadere dell’esistenza.
Entrambi sono persi nei labirinti dei propri incubi, prigionieri di un reale che vivono quotidianamente nella sospensione onnivora di un assurdo che diventa finzione e che li inghiotte nell’abisso infinito di non luoghi a cui tutti oggi apparteniamo.
Ma anche i personaggi che si trovano negli altri racconti hanno in comune tra di loro un metafisico senso di non appartenenza alla realtà. Ognuno a modo suo celebra l’assenza di qualsiasi sentimento in una decrescita interiore che trova nell’amarezza il segno di questi tempi.
Roberto Saporito, come uno dei suoi personaggi, inventa delle storie, le storie della gente che incontra o quantomeno le storie che secondo lui questi individui stanno vivendo. Si inventa delle storie su persone vere, che incontra per strada, sul treno, in aereo, nei caffè, nei ristoranti, ma che non conosce, che non conoscerà mai, che non gli interessa neanche conoscere, ma che divengono parte integrante della sua vita.
Roberto Saporito racconta storie che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni ma soprattutto inventa storie in cui l’esperienza e il vissuto diventano il peggiore degli incubi in cui scavare per toccare l’insensatezza della condizione umana con la sue perplessità e i suoi dubbi.
Egli è uno scrittore scettico che maneggia agnosticamente l’esistenza e quindi sa essere nel suo tempo senza prendervi necessariamente parte.
Per questo motivo si inventa delle storie considerando sempre il punto di vista del lettore e allo stesso tempo non ha nessuna importanza sapere se le sue storie provvisorie di letteratura e di vita parlano e fanno parte di noi.
Questa è roba da scrittori veri, e Roberto Saporito lo è.
Nicola Vacca

“Come un film francese” (Del Vecchio Editore), l’ultimo romanzo di Roberto Saporito

“Come un film francese” di Roberto Saporito è un libro vivace, colto senza un briciolo di noia o di saccenteria – o saccenza se ci si rifà a un passo di Guido Guinizzelli: ecco questi bizantinismi nel romanzo non ci sono affatto, perché è un’opera vivace, viva che ha il giusto ritmo per attrarre i lettori all’interno di una trama elegante, e con un enigmatico sorriso a fior di labbra. (Enzo Paolo Baranelli, critico letterario)

“Come un film francese” (Del Vecchio Editore), l’ultimo romanzo di Roberto Saporito, oggi su “D” la Repubblica


“Books And Other Sorrows”
di Francesca Mazzucato
Uno scrittore in crisi creativa con profondi dubbi sulla sua vocazione. Questo è il protagonista di «Come un film francese» (Del Vecchio editore, pagine 144, euro 14) il nuovo romanzo di Roberto Saporito.

Un’esistenza sociopatica e misantropa che si confronta ogni giorno con tutti i cinismi del proprio comportamento e che si trova a vestire i panni di professore in un corso di scrittura creativa.

Davanti ai suoi studenti lo scrittore che non riesce più a riempire una pagina bianca mostra tutta la parte più cinica del suo inquieto carattere di uomo senza qualità.

Disamorato del mondo culturale che frequenta, disincantato da tutto quello che lo circonda, con i suoi allievi e tragicamente sincero quando racconta che per imparare a scrivere in maniera creativa prima di tutto bisogna non solo leggere tanto, ma amare l’atto stesso della lettura. «Non esiste nessun buono scrittore che non sia un lettore accanito. Diffidate degli scrittori che non leggono, perché non sono scrittori»

I suoi corsi di scrittura creativa diventano delle autentiche lezioni di morale creativa. Lo scrittore – professore in crisi di idee e parole ai suoi allievi racconta paradossalmente la direzione giusta della letteratura, che appunto non contempla casi editoriali dell’anno e finti scrittori costruiti ad hoc da un mercato editoriale marcio e corrotto.

«Come un film francese» è un romanzo sugli scrittori e sulla letteratura. Roberto Saporito è l’unico scrittore italiano capace di scriverne come solo sanno fare alcuni grandi scrittori americani che lo stesso autore afferma di amare. Don De Lillo, Philip Roth, Bret Easton Ellis, giusto per citarne alcuni.

Con una scrittura essenziale, elegante e mai compiaciuta, Saporito nel suo romanzo intreccia, con straordinaria abilità di narratore, la parte letteraria con un’intrigante e avvincente storia dalle sfumature noir. A questo punto, il libro potremo leggerlo come se stessimo guardando un raffinato film francese.

Carlotta e Lea sono le due figure femminili che avranno a che fare personalmente con la misantropia e l’asocialità del professore. Mostrandosi sempre più cinico nei rapporti umani, egli non ha ancora deciso se nella sua esistenza preferisce l’apparenza dell’ipocrisia di molti o l’odio conclamato di tutti.

Nei tre tempi in cui è scandito il romanzo, l’autore lascia parlare i suoi personaggi, gli concede sulla pagina la tribuna del proprio punto di vista. Saporito assiste insieme al lettore alla loro caduta in questo tempo narciso, omologato e consumista in cui tutto ciò che conta è quella giusta dose di cinismo e di calcolo bene amalgamata con un’apparenza fredda in cui non c’è posto per nessun tipo di autentico afflato umano.

Quando arriverete all’ultima pagina di «Come un film francese», vi accorgerete che Roberto Saporito si è affidato alla finzione per rappresentare il reale, che spesso nella sua perenne decadenza supera ogni tipo e grado di immaginazione.

Come appunto solo gli scrittori autentici (che sono quelli che scrivono per curare se stessi per dirla con le parole di Philip Roth) sanno fare.

Nicola Vacca

La recensione al romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore) pubblicata sulla Rivista “Notabilis”

“Non Solo Noir” ha recensito, oggi, il romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore)


NonSoloNoir

Roberto Saporito: Come un film francese

Pubblicato il January 15, 2016

“Quando arriva Carlotta sono ancora sulla terrazza davanti al piccolo computer inutilmente scarico, pezzo di plastica bianco senza vita, col crepuscolo che si avvicina smorzando i toni di luce e il colore del mare e della vegetazione, ma incendiando di rosso una lunga striscia di cielo tra due masse di nuvole compatte e pesanti come muri.
-Scrivi!- dice tutta allegra Carlotta e aggiunge con compiaciuta enfasi: – E’ magnifico.” (1)

Un anonimo scrittore quarantenne con un pugno di romanzi alle spalle e un paio di premi letterari all’attivo sembra arrivato al capolinea: ormai da anni non riesce a scrivere una riga. Fortunatamente, le lezioni di scrittura creativa(2) che tiene all’università e il rapporto con la ventunenne Carlotta(3) lo aiutano ad ammazzare il tempo. Sì, perché se non fosse per il lavoro, e per Carlotta – Carlotta che lo ama “fisicamente, sessualmente, appassionatamente”(4), Carlotta che ha deciso di curarlo dal blocco dello scrittore(5), e che in cambio chiede solo di poterlo esibire in società, chissà…
Ed è proprio per merito di Carlotta che, nel corso di una noiosissima festa in Costa Azzurra, il professore incontra Lea, una diciassettenne ribelle destinata a far precipitare gli eventi.

“Uno scrittore fallito, una ragazzina, la tomba di Morrison”. Così recita la copertina, e in effetti tanto basta per riassumere i tre atti del romanzo di Roberto Saporito: la prima parte è tutta dedicata allo scrittore fallito, sorta di personaggio ricorrente(6), qui diventato professore. Un personaggio inattuale (e in una certa misura fuori posto nel panorama editoriale italiano(7)), che pare abbia deciso di abbandonare la scrittura per “spassarsela” fin che può, e dedicarsi alla sola lettura(8). C’è poi la ragazzina, Lea, una diciassettenne fuori controllo, che finita la scuola lascia la città (o forse dovremmo che si dà alla fuga?) a bordo di un vecchio maggiolino guidato dall’amica Martina. E poi c’è l’epilogo, che potrebbe svolgersi proprio sulla tomba di Morrison al Père-Lachaise.

Cosa ci sia del “film francese”, in questo romanzo, è facile a cogliersi ma difficile a dirsi: forse un’atmosfera, quasi una patina di malinconia che soffonde le pagine – tutte, anche le più “allegre”- e che sembra preludere al finale, già scritto nel mal de vivre da cui i personaggi di Saporito sono affetti(9).

Il fraseggio è, come di consueto, rapido, quasi scarno; la narrazione, affidata ai due punti di vista del Professore e di Lea(10), è stringata, priva di dettagli superflui, limata all’osso: scelta rischiosa, ma l’autore non è l’ultimo arrivato, e ha imparato dagli amati minimalisti americani a mantenersi perfettamente in equilibrio tra noia e poesia, tra banalità e grazia. E, benché il romanzo sfori appena le 130 pagine, dentro c’è tutto Roberto Saporito, con il suo stile, i suoi snodi e le sue tematiche; con i suoi oggetti di culto, i suoi tic e le sue manie, elegantemente trasformate in marchi di fabbrica; tutto: dai tentativi di fuga al senso di frustrazione di chi resta (o di chi non è ancora partito); dalla scrittura come unica alternativa eticamente ed esteticamente accettabile (anche se, qui, non più praticabile) alla vita “normale”, borghese, al rapporto di amore-odio con il lusso(11); dal ricorso alla musica per caratterizzare situazioni e personaggi, alle citazioni in apertura, e così via fino agli elementi feticcio quali il Maggiolino VW e l’immancabile “puntatina” (se così si può dire, in questo caso) a Parigi. Tutto questo in un testo velocissimo, essenziale, ulteriormente movimentato da rapide (e spesso inattese) impennate, e impreziosito da molti consigli di lettura (anzi, qui veri e propri inviti alla lettura) trasmessi per bocca di uno dei protagonisti.
E il romanzo, come di consueto, funziona alla meraviglia.

Come un film francese di Roberto Saporito è edito da Del Vecchio.

(1) Roberto Saporito, Come un film francese, Del Vecchio, Bracciano 2015, p. 29.
(2)“Sono un professore. Suona strano, un professore, io. Che poi per l’esattezza non sono solo un professore, ma niente meno che un docente universitario: e questa sì che suona come una cosa strana, al limite dell’inaudito. Anche perché quello che insegno io, fino a un attimo fa, in Italia non esisteva neanche: insegno scrittura creativa.” Così, con ironia, falsa modestia e un pizzico di autocompiacimento si presenta uno dei protagonisti di questa storia.
(3) la più “affezionata” tra le diciotto studentesse che lo fanno sentire “amato, quasi idolatrato” (Ivi, p. 23).
(4)Ibid.
(5)”Carlotta vuole salvarmi, vuole che io mi rimetta a scrivere…” (Ivi, p. 27).
(6)Se il protagonista precedente romanzo, Il caso editoriale dell’anno, era uno scrittore di successo, c’è da dire che, avendo raggiunto il successo attraverso la sua opera peggiore, ed essendo anche lui giunto ad una crisi creativa, era fallito né più né meno del professore di Come un film francese.
(7)Anche se il professore del romanzo di Saporito non naviga certo nell’oro, anzi, come Hank Moody (ma fatte le dovute proporzioni: Moody guida una Porsche, mentre il nostro deve accontentarsi di una Honda Civic) se ne va in giro con una vecchia automobile scassata, e se fa la bella vita è soprattutto grazie alle attenzioni di Carlotta.
(8) “…la verità è che io sto meglio da quando non scrivo più. Molto meglio.” (Ivi, p. 27)
(9) E non solo quelli di Come un film francese; basti pensare a lavori quali Carenze di futuro o Generazione di perplessi…
(10)Il romanzo è suddiviso in tre parti tutte narrate in prima persona e al presente; se la prima e la seconda parte sono affidate rispettivamente alle voci del Professore e di Lea, la terza è costruita attraverso un’alternanza dei due punti di vista, in una sorta di montaggio alternato che già allude al ricongiungimento finale – soluzione tutt’altro che inedita, e già ampiamente provata dall’autore (per esempio in Un’educazione parigina) che trova però, nell’essenzialità di questo nuovo romanzo, la sua migliore realizzazione.
(11)Un rapporto à la Fitzgerald, verrebbe da dire, ma filtrato attraverso McInerney.

recensione a cura di Fabrizio Fulio-Bragoni

Oggi su “CONVENZIONALI” la recensione al romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), recensione a cura di Gabriele Ottaviani…


“Come un film francese”
20 DICEMBRE 2015 CONVENZIONALI COME UN FILM FRANCESE, DEL VECCHIO, ROBERTO SAPORITO
di Gabriele Ottaviani

Ci siamo imbarcate e non abbiamo aperto bocca per tutta la traversata: mute, pensierose, sospiranti, stanche, spaventate, perplesse.

Come un film francese, Roberto Saporito, Del Vecchio. Ormai siamo abituati a tutto. Siamo avvezzi alla decadenza, ma non la percepiamo nemmeno più come tale. Rassegnati, non sappiamo né vogliamo vederla, riconoscerla. Eppure il mondo sembra una bolla: ci siamo assuefatti al brutto, lo consideriamo normale, inevitabile, quasi un male necessario. La società si è raggrinzita su di sé come una foglia morta, accartocciata, schiacciata dal peso dei luoghi comuni. Per evadere non resta che andare al camposanto. Non come ospite però, almeno non per il momento, ma come visitatore. È lì che si incontrano uno scrittore abbastanza acuto ma male in arnese, nonché diversamente sano di mente, e una diciassettenne fuori controllo. E davvero il romanzo di Saporito sembra un film francese: uno di quelli belli però, un gioco equilibratissimo di atmosfere, forte e delicato insieme, avvincente e lirico.

“Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il romanzo di Roberto Saporito, recensito sul quotidiano “La Voce dell’Isola”

Quotidiano siciliano di politica, opinioni, cultura, informazione, economia, spettacolo – Direttore Resp.: Salvatore Barbagallo, Condirettore: Marco Di Salvo – Mare Nostrum Edizioni Srl – Anno X – Reg. Trib. Catania: n° 15/2006 Roc: 16437

LETTERATURA E LIBRI

Come un film francese

 12 novembre 2015

di Salvo Zappulla

Mi sono divertito a leggere questo breve romanzo di Roberto Saporito, le pagine scorrono veloci come un viaggio in moto (una Harley-Davidson per l’esattezza) sulla Costa Azzurra. Protagonista è uno scrittore a corto di idee che deve sbattersi per sopravvivere ed evitare di andare alla deriva. O forse le vere protagoniste sono le donne;  ragazze piuttosto disinibite che a loro piacimento possono  risollevare… le sorti di un uomo. La scrittura come valore terapeutico per combattere le frustrazioni, l’abulia, la sfiga. E anche se non si diventa scrittori di successo, cosa importa? Il fascino rimane; il fascino dello scrittore démodé  fa presa sulle donne e loro si prenotano  per infilarsi nel tuo letto  E poi c’è il mondo scintillante dell’Alta Società che Saporito ci illustra con grande maestria;  i vestiti griffati,  le salutari sniffatine, il senso sfrenato di libertà, gli anticonformismi.  Roberto mi da l’impressione di uno che gioca a fare il modesto, come se scrivesse per gioco o per noia, lasciandosi trasportare dall’istinto. Invece sa sempre dove vuole arrivare. Con quella sua ironia beffarda, il candore disarmante di certe affermazioni buttate lì quasi per caso, vibra certi colpi di mannaia al mondo editoriale. E non solo al mondo editoriale. Un libro che consiglio soprattutto ai giovani e agli aspiranti scrittori.

 

SCHEDA

 

Autore: Roberto Saporito
Del Vecchio editore
Pagg. 134
Euro 14.00
Anno 2015

Oggi sul quotidiano “La Città” Simone Gambacorta recensisce il romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore)

 

La città

QUOTIDIANO DELLA PROVINCIA DI TERAMO

 

Quando la star (decaduta) sale in cattedra

 

Come un film francese. Il romanzo di Roberto Saporito è un j’accuse contro la mercificazione della scrittura

Roberto Saporito è un sornione. È

anche un lettore bulimico, un fanatico

della lettura, e questo è facile

constatarlo scorrendo i cappottini

di citazioni (sempre più abbondanti)

che cuce in esergo ai suoi

libri. Da buon sornione è molto

bravo a fare finta di niente e così

nasconde nei suoi libri sempre

qualcosa di più di quanto sembri.

Corrotto anni fa dal vizio della letteratura

al punto da decidere di

mettersi in proprio, questo Dottor

Sottile del racconto è abituato a

muoversi negli spazi narrativi e conosce

i trucchi del mestiere. La sa

lunga e con l’aggravante di saperla

raccontare. Lo ricorderà per esempio

chi a suo tempo fu ammaliato

da una delle sue prove migliori, il

ritmatissimo Anche i lupi mannaria

fanno surf.

Non si prendano perciò alla leggera

le sue pagine. La buona scrittura e

la scorrevolezza possono trarre in

inganno. Saporito gioca sulla superficie

perché la utilizza come diversivo.

E non perché dietro le sue

parole si nascondano verità rivelate

o miniere di complessità, ma perché

hanno un doppio fondo, uno

spazio nascosto. Quello dove il nostro

contrabbanda il meglio delle

sue storie, e con una tale perizia

dissimulatoria da non lasciar nemmeno

sospettare di essere un così

accanito occultatore di discorsi.

Che il giochetto gli riesca lo dice

specialmente il suo nuovo romanzo,

Come un film francese (Del

Vecchio, pp. 135, 14 euro). Una

bella storia che si legge in due ore,

movimentata e con dentro anche

quel grande amore segnalato sin

dal titolo, la Francia: che per Saporito

è una mania, un punto fermo

(umano e narrativo), un chiodo

fisso (prova ne sia, per tutti,

Un’educazione parigina) e in qualche

modo persino una provocazione

civile, una sorta di esilio

ipotetico.

Il protagonista di questa commedia

a tinte fosche ed elevato tasso scopereccio

si presenta subito in tutto

il suo splendore di gracilissimo

animale morente e lo fa con toni tra

il sarcastico e l’incredulo: «Sono

un professore. Suona strano, un

professore, io. Che poi per l’esattezza

non solo sono un professore,

ma niente meno che un docente

universitario: e questa sì che suona

come una cosa strana, al limite dell’inaudito.

Anche perché quello che

insegno io, fino a un attimo fa, in

Italia non esisteva neanche: insegno

scrittura creativa».

Il nostro ha all’attivo cinque romanzi

e ha alle spalle turbolenti

trascorsi curriculari, ma da qualche

tempo è a secco di linfa affabulatoria:

s’è bloccato e la sua penna non

scorre come una volta, quando faceva

incetta di premi letterari e presenza

fissa nei festival. Però ha

avuto questa sorpresa, questa occasione

inaspettata, e non se l’è lasciata

scappare. Le vie per sbarcare

il lunario sono infinite, e a lui,

senza che chiedesse nulla a nessuno,

la cattedra è caduta dal cielo:

«Mi hanno chiesto se volevo insegnare

scrittura creativa, e io ho

detto sì, e loro non mi hanno chiesto

nessun documento, nessun attestato,

mi hanno assunto e basta».

Chissà che cosa tenta di esorcizzare,

con questo suo ghignetto?

Chissà quali mostri si aggirano tra

le sue macerie segrete? Anche in

questo caso Saporito è spregiudicato

nel consentire al lettore nulla

più che vaghe congetture.

Ma come si sa non tutto è oro quel

che luccica, e l’incredulità con cui

parla del suo incarico fa il paio con

una constatazione che ha tutta

l’aria di essere una confessione:

«Sono un docente universitario che

non ha la più pallida idea di quello

che insegnerà». Parrebbe di trovarsi

nei dintorni di un conflitto tra

essere e apparire: il nostro però non

è così acuto e se certe cose se le

dice non è detto che poi anche le

capisca; o questa almeno è l’idea

che dà di sé.

Saporito fa parlare il suo personaggio

con l’autorinoia scafata e un

po’ adolescenziale di un surfista

della vita, ma sotto sotto non gli risparmia

nulla, lo colpisce duro, lo

costringe a rivelarsi per quello che

è, cioè un misto tra un profittatore,

uno sprovveduto e un cinico: «Non

so neanche se sia possibile o meno

insegnare a scrivere in maniera

creativa: ma intanto loro mi pagano

e io allora insegno. Insegnerei qualunque

cosa per soldi». La dura

legge della pagnotta non fa eccezioni

e si può anche diventare mercenari.

Poi si sa com’è, il fascino del docente,

specie universitario, è quello

che è, e così, tra una lezione e l’altra,

tra uno sguardo e un sorriso

con le studentesse, scattano giochi

d’alcova: «Sono praticamente

astudentesse del corso; meno

amato, quasi studiato con sospetto

dai diciassette studenti maschi,

forse un po’ gelosi del mio successo

con le loro compagne». Tra

loro c’è anche la bella e facoltosa

Carlotta («Ha ventun anni, praticamente

la metà dei miei»). La ragazza

lo allieta con intense sedute

di sesso e se lo porta persino in vacanza

nella sua casa in Costa Azzurra.

Si sente investita dalla

missione della crocerossina e ha

deciso niente meno di aiutarlo a recuperare

lo smalto di un tempo:

«Carlotta vuole salvarmi, vuole che

io mi rimetta a scrivere, ma la verità

è che sto meglio da quando non

scrivo più. Molto meglio». La

Costa Azzurra e il bel mondo

hanno il loro fascino e sebbene di

Carlotta gli importi così così se ne

lascia coccolare: da questa relazione

prenderà il la una storia costruita

come un trittico e che non

avrà alcun lieto fine.

Ora, che cosa possiamo dire del romanzo

di Saporito senza derogare

al sempre raccomandato buon

senso e non sciupare ai lettori un

divertente zigzag tra sorprese, trovate

e cambi di prospettiva? Si potrebbe

magari cercare di fare tana a

Saporito spingendosi nelle retrovie

della sua narrazione per poi concludere

che la vera ragion d’essere

di Come un film francese (titolo insidioso

quanto a deduzioni frettolose)

sta nel suo profilarsi, sotto

sotto, per quello che a prima vista

non si ipotizzerebbe possa essere:

una critica alla mercificazione

della scrittura (creative writing) e

all’inflazione che questa parola -

scrittura- sta conoscendo da un bel

po’ di tempo a questa parte. Come

un film francese sembra allora allinearsi

perfettamente con Il caso

editoriale dell’anno, il precedente

romanzo di Saporito, che con questo

nuovo condivide l’intelaiatura

di fondo, cioè la commercializzazione

della scrittura, con tutto quel

che ne consegue quanto a scadimento

di una nozione sempre più

sulla bocca di tutti epperò sempre

più fraintesa: quella di letteratura.

Con questa dissimulata rappresaglia

narrativa, e certamente non

senza una buona dose d’ironia, Saporito

mette in piedi un soft j’accuse

in incognito a difesa di quella

letteratura cui guarda con devozione

e che tiene vicina con le tante

citazioni sbandierate in esergo: ma

sbandierate in senso letterale, cioè

come bandiere, come simboli di un

confine da difendere, e che perciò

si sottraggono al sospetto di essere

compiacimenti ornamentali.

Come il protagonista del Caso editoriale,

il professore di quest’altro

romanzo appartiene non tanto a

una dimensione letteraria, ma a una

dimensione di moda letteraria.

Nonostante i libri che ha scritto,

non “fa” letteratura (non è scelto

per una tesi o un convegno, ma

come specchietto per le allodole),

rappresenta un’idea ridotta di letteratura

e quindi la più parte della

(cosiddetta) scena letteraria italiana

odierna: è in sostanza un vorrei ma

non posso e da questo punto di

vista è una figura fortemente metaforica.

È uno dei tanti scriventi, ma imprevedibilmente

gli capita un colpo di

fortuna (così considera la cattedra

che gli viene assegnata).

Con un futuro oramai già alle

spalle, è reduce da una gloria transitoria

e modesta, come il tramontato

concorrente di un reality show

giunto a scadenza di notorietà, e

che tuttavia ancora galleggia con la

spinta inerziale della trascorsa visibilità.

Lo chiamano a insegnare all’università

non perché valga qualcosa,

ma per il suo status. Il nostro è un

esempio della trasformazione di

uno scrittore qualunque (un uomo

qualunque, come conferma la sua

banalità travestita da originalità) in

una sorta di feticcio, in un prodotto

da mettere in ventrina nel solo

sfruttamento di una residua esteriorità:

un pasto che per gli studenti

diventa appetitoso grazie al richiamo

che suscita. La sua è perciò

la vicenda di un’operazione consumistica

mascherata da operazione

culturale, con l’immissione

sul mercato di un oggetto di consumo.

Il primato dell’apparenza all’origine

della sua chiamata non tiene

conto della sua pochezza intellettuale.

Non è infatti un caso che

nelle sue lezioni dica ovvietà raggelanti

(si veda il desolante condimento

di cose risapute che

appiccica a un concetto di Kundera),

talvolta condendole con un

nozionismo tanto magniloquente

ed esasperato quanto asservito al

dominio dell’apparenza (si veda il

tristissimo passaggio in cui parla di

Proust).

I contenuti che somministra agli

studenti sono poco più che una patetica

messa in scena, e in questo

passaggio debordiano la star non

offre altro che un modestissimo

spettacolo: «Tutta la vita delle società

nelle quali predominano le

condizioni moderne di produzione

-spiegava Debord- si presenta

come un’immensa accumulazione

di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente

vissuto si è allontanato

in una rappresentazione».

Ma lo spettacolo del nostro (preoccupato

dello share tanto -come s’è

visto- da soffermarsi sul gradimento

delle studentesse e la diffidenza

degli studenti) è di così

infima qualità da produrre un ulteriore

effetto: l’immagine che dà di

sé è talmente livellata e scontata

(prevedibile, rassicurante, quindi

appetibile per i consumatori) da

collocarlo nel pallore più esangue

del cliché e dello stereotipo della

mediocrità. Vale a dire: nella comodità

accogliente dell’ovvio.

In questa sub teatralità consumistica

va in scena non la maschera

(che etimologicamente significa

pur sempre persona, e che comunque,

in altra ottica, presuppone un

volto, un’identità non travisata),

ma va in scena l’emulazione,

l’imitazione di un modello, con la

goffaggine di una comicità involontaria

che sfocia facilmente nel

tragicomico e nel ridicolo.

Va in scena anche la rincorsa, l’inseguimento

di un’idea di sé, così

come va in scena la confusione tra

vittima e carnefice.

Il ripiegamento sessista del nostro

è una forma di diserzione da un

vuoto, un’impossibile ricerca di

consolazione (Saporito ama Stig

Dagerman).

Si adatta liquidamente alle cose

perché non ha nulla da dire e non

sa chi essere, e questo spiega anche

il suo schivare le relazioni (non superficiali)

con gli altri (l’altro) e

l’impossibilità di oltrepassare una soglia che di chiama menzogna.

Di Simone Gambacorta

2 ottobre 2015

“Nazione Indiana” ha recensito oggi “Come un film francese (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito

 

Come un film francese

13 settembre 2015

 di Giacomo Verri

 

C’è uno scrittore dalla penna annebbiata, uno che ha scritto quella manciata di romanzi e poi si è perso. Come tanti, in fondo. Però il fatto di aver nella vita pubblicato delle pagine lo pone al di là di una linea d’ombra, una frontiera oltre la quale gli è riconosciuto ufficialmente un ruolo intellettuale ambiguo, difficile, a tratti tragicamente ridicolo. Il protagonista dell’ultimo romanzo di Roberto SaporitoCome un film francese (Del Vecchio editore, pp. 135, euro 14), è infatti uno scrittore a cui viene affidato, nonostante gli anni di assenza dagli scaffali reali e virtuali delle librerie d’Italia, un corso di scrittura creativa; ruolo beffardo e disciplina equivoca, ma che rappresentano a tutto tondo uno dei vizi dell’editoria che insegue chimere: “questa è la mia piccola rivincita”, spiega il protagonista, “insegno qualcosa che nessuno mi ha mai insegnato e che sono sempre più fermamente convinto che non si possa insegnare”.

E tuttavia il corso ha successo, le diciotto ragazze assiepate tra i banchi idolatrano il loro maestro (che sfrutta l’aria da intellettuale fascinosamente trasandato come stimolante antidoto alle piretiche attrazioni del gentil sesso verso il macho-calciatore-esibizionista), i maschietti un po’ di meno, ma tant’è. La ninfetta più appassionata è Carlotta, ventun anni, “bella di una bellezza frutto di generazioni di innesti di donne bellissime con uomini ricchissimi”. Scopano in maniera moderatamente sfrenata, sopra al letto è appesa “un’enorme e originale tela di Jean-Michel Basquiat”, lei ha una quantità lussureggiante di soldi, una Cinquecento a pois molto molto chic e molto smart, e ha pure la sindrome della salvatrice, vuole riaccendere senza indugi il fuoco sacro della scrittura nel professore disilluso e questi, tra una seduta di sesso e un’altra, si lascia condurre nelle belle dimore della facoltosa studentessa.

In “una villa-palazzotto di pietra grigia della fine dell’Ottocento, direi, a metà strada tra Antibes e Cannes”, avviene un incontro importante: quello con una fanciulla dagli occhi verdi e i capelli rossi cortissimi: c’è un viaggio nella notte a bordo di una Vespa viola, c’è una Gauloises, c’è un bacio. La proprietaria della labbra osculanti è Lea, liceale ricca ereditiera.

E ancora della diciassettenne Lea è la voce narrante della seconda parte del libro. Lea la bella, Lea la trasgressiva, inusuale e spiazzante Lea. Assieme a Martina intraprende un allucinante viaggio verso Londra a bordo di un Maggiolino del 1969, rosso, quanto di più vintage si potrebbe immaginare. Al duo si aggiunge, da qualche parte in Francia, Anny. Insieme vivono una serie di ricamboli tarantiniani che epilogheranno al Père-Lachaise. E tra lazzi e disincantate malinconie Roberto Saporito ci fa conoscere un personaggio divertente, cinico e innamorato a un tempo, di quella disperazione leggera che si respira nei film francesi di una volta.

 

Il nuovo romanzo di Roberto Saporito tra le letture per l’estate consigliate da Youbookers

Youbookers

Letture per l’estate consigliate da Youbookers – Agosto

10 Agosto 2015

Come un film francese, Roberto Saporito, Del Vecchio Editore, pg. 134 (Consigliato da Adele)

Uno scrittore che diventa professore, una ragazzina perfetta e molto ricca che serve come trampolino per conoscerne un’altra, decisamente più imperfetta, che guiderà la storia fino ad una conclusione che, dopo avervi lasciati col fiato sospeso, vi lascerà a bocca aperta.
Dedicato a tutti coloro che trascorreranno le proprie vacanze in una città d’arte, soprattutto se si tratta di Parigi: Come un film francese, di Roberto Saporito, vi terrà compagnia nelle vostre pause tra un museo e l’altro o quando, stanchi dalle troppe bellezze viste, vi sdraierete tranquilli nella vostra camera d’albergo.
La scrittura leggera con cui Roberto racconta una storia intensa ed imprevedibile è l’ideale per rilassarvi la mente e il corpo, in attesa di un finale che farà sì che torniate indietro a leggere, per paura di esservi sbagliati.
Richiami olfattivi: l’odore dell’asfalto che guida i passi alla scoperta di nuove meraviglie.
Richiami fotografici: le tante foto ricordo da mostrare ai parenti quando inizierà l’autunno.

“Trapezunzio/L’essenziale dell’inessenziale” ha recensito oggi il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese”

Trapezunzio
L’essenziale dell’inessenziale

Lo scrittore oggi (secondo Saporito, o forse secondo me)

Nel suo ultimo romanzo, Come un film francese, prosegue (sembra) la riflessione di Roberto Saporito sulla letteratura, o sugli scrittori, o sui libri.
Nel precedente romanzo avevamo evidenziato che il libro era diventato oggetto del desiderio di tantissimi lettori/consumatori per ragioni oscure e misteriose, un libro che secondo il suo autore valeva meno dei suoi precedenti, gli aveva donato fama nazionale e internazionale, ma soprattutto lo aveva fatto diventare ricchissimo. In compenso ne aveva perso il controllo, allo stesso modo era diventato prigioniero di meccanismo più grande di lui che gli aveva cambiato l’esistenza.
Quì abbiamo in parte un rovesciamento, in parte no. Il protagonista scrittore potrebbe essere lo stesso del romanzo precedente prima della pubblicazione del best seller. Infatti anche in questo caso lo scrittore gode di buona critica, è considerato bravo nell’ambiente, ma non vende, o meglio non vende abbastanza per campare di scrittura. Tuttavia la sua fama gli procura un posto da professore di scrittura creativa all’università, che gli garantisce un lauto stipendio, il suo obiettivo principale, ma anche per come la vedo io, il riconoscimento, appunto, di scrittore importante.
Nel romanzo sembra che il suo status di scrittore derivi proprio da quello di professore universitario, i suoi libri sono nell’ombra anzi quasi non esistono e quando compiono sembrano corpi estranei. Anche le sue vicende personali, che non anticipo perché parte della trama, derivano da questa fama: lui è uno scrittore, lo sancisce la sua posizione il riconoscimento sociale (in questo caso accademico), ma non i libri che in pochi conoscono. E il paradosso è che il protagonista diventa scrittore nel momento stesso in cui smette di esserlo, quando cioè non riesce più a scrivere nulla.
Il destino della letteratura nei romanzi di Saporito (almeno negli ultimi due) sembra dunque quello di estraniarsi da se stessa: prima il libro diventa oggetto di desiderio consumistico, quasi una moda a prescindere dal suo contenuto, ora lo scrittore diventa importante, assurge al ruolo socialmente riconosciuto e ammirato al di là e a prescindere dai suoi meriti, ovvero dai suoi libri (che magari sono buoni, ma non gli permettono di vivere, ovvero non son comprati in numero sufficiente). E forse non è un caso che il protagonista-scrittore consigli ai suoi studenti di leggere molto, ovvero di compiere l’atto indispensabile per cui i libri sono stati creati e esistono. Ma loro appaiono restii. Vorrebbero conoscere la tecnica per diventare scrittori di fama, scrivere libri di successo.
Difficile dire se questa analisi corrisponda al reale pensiero di Roberto Saporito, lo scrittore che parla di scrittori e di libri (ma lui i libri continua a scriverli al contrario dei suoi protagonisti). Magari la mia analisi è solo una forzatura (e in questo romanzo ci sono certamente tante altre chiavi di lettura), ma a me interessa questa, forse perché sono io che vedo nel mondo poco interesse verso la letteratura in se stessa: essa appare più che altro come un prodotto di consumo come altri, a prescindere dai contenuti che invece sono l’essenza stessa dello scrivere e del leggere.

A cura di Diego De Finis

Alba, 12 agosto 2015

Recensione a “Come un film francese” su “Libri e Dintorni”

LIBRI E DINTORNI

AGO

Divertissement spigliato o romanzo di critica sociale?
E’ una domanda che sorge spontanea dopo aver letto il bel libro di Roberto Saporito “ Come un film francese “, edito da Del Vecchio.
Il protagonista è uno scrittore fallito, rassegnato ormai alla nuova dimensione disimpegnata di docente di scrittura creativa che gli permette, grazie al suo fascino acquisito, di portarsi a letto le bellissime quanto ricche studentesse del suo corso.
Quando conosce, però, Lea, la figlia diciasettenne di una ricca ereditiera torinese, disillusa e sfrontata, la sua vita cambia. E anche la prospettiva del racconto, che passa nelle mani e nella testolina matta dell’ormai diciottenne ribelle in viaggio-formazione verso l’Inghilterra con la sua amica del cuore…
Tanga aderenti, camicie di Prada portate come uno straccetto, auto di lusso e provocazioni continue ci portano fino a Parigi, dove Lea incontra nuovamente lo scrittore, reo di averla tradita con la sorella…
Un finale inaspettato, ma soprattutto diverso, piacevolmente provocatorio…
Efficace, sia la descrizione della società vacua e benestante del capoluogo piemontese che l’analisi dell’apatia morale dello scrittore, significativamente abbinate…
Uno stile semplice ma originale. Un autore sicuramente da seguire.

 

Cagliari, 3 agosto 2015

 

A cura di Vincenzo Soddu

 

“Sul Romanzo” ha recensito oggi “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito

SUL ROMANZO

“Come un film francese” di Roberto Saporito, una scrittura incisiva e leggera

Autore: Monica Bedana
Mer, 29/07/2015 – 11:30

L’ultimo romanzo dello scrittore piemontese Roberto Saporito, Come un film francese, edito da Del Vecchio, è un gioco di atmosfere che cambiano a ritmo vertiginoso. A ben guardare non è proprio tutto come un film francese, anche se c’è una protagonista un po’ Jeanne Moreau e sposa in nero e quei primi piani letterari insistenti, così ravvicinati da sembrare pressoché immobili, quasi fossero stati catturati davvero dalla macchina da presa di Truffaut. Tra le pagine c’è ancora un lieve accento americano in sella a una Harley-Davidson, traccia di quel mondo on the road caro all’autore, anche se adesso le ragazze cattive fuggono in Maggiolino attraverso l’Europa e le camicie di Prada abbinate alle Dr Martens prendono il posto di frange e camperos.
Volendolo catalogare per l’orientamento dei lettori (cosa che di sicuro all’autore non piacerebbe, perché lungo tutta la sua traiettoria di narratore non ha fatto altro che rivendicare la libertà di guardare in cagnesco le etichette che appiccichiamo troppo spesso al raccontare storie), Come un film francese è un romanzo breve, o sono due racconti lunghi, come due sono, fondamentalmente, i protagonisti del libro. Ma potrebbe essere anche un saggio sul valore dello scrivere, un insieme di regolette buone e semplici infilate tra una sgommata sulla ghiaia, un’ora di lezione poco convincente e una festa di lusso sulla Costa Azzurra. Oppure un vademecum sullo stato dell’editoria italiana. O, ancora, un pamphlet in difesa della lettura.
Sono soltanto ipotesi. La sostanza rimangono le storie che innervano il libro. Quella di uno scrittore in secca da anni, che fu giornalista e che approda per inerzia alla cattedra di professore di scrittura creativa.Un paradosso ambulante d’uomo, con tutti i narcisismi, le ossessioni e le fobie del caso. Un difensore del talento e un mastino contro gli editor, gente che «non capisce nulla e trasforma in scrittori i benzinai, i panettieri, i commercialisti, i chirurghi, gli architetti». Uno che ha letto tutta la Recherche di Proust. Un tipo di una noia mortale, perfino un po’ deprimente, da cui ogni donna provvista di buonsenso dovrebbe stare alla larga.
E invece. Le alunne lo idolatrano, le ricche ereditiere lo perseguitano e hanno letto tutti i suoi libri. Tra un rotolarsi nelle lenzuola e l’altro escogitano modi fantasiosi per riaccendergli l’ispirazione e coprirlo di regali, aspiranti muse, sicuramente munifiche. Ma nessun artificio funziona e il famoso autore, ormai poco creativo, inciampa ancora e ancora sulla domanda da un milione di dollari: “perché scrivere”.
Così, il nostro uomo, fino all’incontro con unafemme fatale allaTruffaut, o con la nuova donna ragno di Manuel Puig e di Babenco, oppure con una versione attualizzata della fanciulla dell’opera teatrale di Dorfman. A quel punto sono le donne a fagocitare con voracità la storia, a risolvere ogni dubbio senza vacillare, fino a conseguenze estreme, dritte verso un finale non rettificabile, una risposta inequivoca. E a riempire il libro di colori e scenari suggestivi e griffes e opere d’arte e feste e viaggi e case da sogno. Dei loro meravigliosi corpi. Ma soprattutto di tagliente lucidità.
Con una scrittura incisiva e leggera, falsamente facile (come tutte le cose semplici), l’autore ci sballotta il cuore tra commedia e dramma. Corredato di citazioni ottime (Roth, DeLillo, Jay McInerney, J.G. Ballard, tra gli altri) che di per sé costituiscono un ulteriore consiglio di lettura, Come un film francese di Roberto Saporito è adatto a ragazze cattive e uomini irrisolti. Siano o no scrittori.

Recensione al nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” oggi su “Gli Amanti dei Libri”

 

Gli Amanti dei Libri

 

Come un film francese – Roberto Saporito

25 luglio 2015

 

 

 

Titolo: Come un film francese
Autore: Roberto Saporito
Data di pubbl.: 2015
Casa Editrice: Del Vecchio editore
Genere: narrativa contemporanea
Pagine: 135
Prezzo: 14 €

 

Ironico e pungente. Come una sceneggiatura di Quentin Tarantino e una disamina esistenziale di Thomas Bernhard. Come un film francese di Roberto Saporito raccoglie tra le sue pagine le storie di un professore di scrittura creativa in crisi, di una adolescente in cerca di se stessa, di una società che perde pezzi di autostima.

C’è la morte dell’Occidente e di un ambiente culturale corrotto dalla pubblicità, dalle marche, dall’apparenza. In questo mondo stereotipato, cinico, in cui l’individuo è un egocentrico frustrato che mendica la propria realizzazione, tutto è ironicamente vero e tragicamente reale. Ad incollare il lettore alle pagine del libro ci pensa la scrittura di Saporito. Dissacrante, tagliente.

C’è Marcel Proust, c’è Thomas Bernhard, c’è Nabokov, ma c’è soprattutto Saporito con il suo stile personale e letteralmente alto. In quest’opera la crisi esistenziale del professore assume le sembianze di un rito di passaggio che sancisce la fine di un’epoca. Il tempo della creatività è terminato. Ovunque si cerchi l’arte, si trova solo il business, dunque la morte. Non è un caso che il romanzo finisca in un cimitero.

Dall’altra la presenza di un’adolescente, ora innamorata, ora a caccia di guai in giro per l’Europa. La sua ricerca di avventura e il suo vagabondare sono l’immagine di una decadenza accettata. Nulla si fa per evitare lo sfacelo. Bene e male sono avversari in una partita a scacchi che si gioca nell’eterno presente. Una dimensione in cui si ci sente ora bambini, ora adulti, ora morti.

Il libro di Saporito si legge tutto d’un fiato. Fa sorridere e fa meditare. Il contrasto tra il professore che ride di se stesso e della sua condizione e l’adolescente che osserva anonimamente il mondo, è la cosa che più rimane impressa di quest’opera. Tutto intorno c’è la bravura di Saporito, coraggioso testimone della letteratura italiana, che come un trovatore racconta della morte di un’epoca.

Lo fa con ironia come solo i grandi sanno fare.

 

 

 

Recensione al nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” oggi su “Piego di Libri”

Il link diretto alla recensione: http://www.piegodilibri.it/recensioni/come-un-film-francese-roberto-saporito/

Recensione al nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” pubblicata oggi su “Gazzetta Torino”

Come un film francese, realismo spietato

Come un film francese, realismo spietato

In tre atti, con due voci protagoniste che ci mostrano tutti i difetti dei giorni nostri, il nuovo romanzo di Roberto Saporito pubblicato da Del Vecchio Editore è uscito a fine maggio in tutte le librerie.

 

Lui un professore senza nome, scrittore che non riesce a campare dei suoi libri, quarant’anni suonati e una tendenza alla sociopatia. Insegna suo malgrado “scrittura creativa” all’università, poco convinto che serva a qualcosa più che a coltivare illusioni, circondato da studenti che non amano leggere e da studentesse affascinate dall’aura intellettuale che si porta dietro. Lui, che non scrive più e ciondola la sua esistenza tra le gambe di giovani e facoltose fanciulle, frequentando con loro il mondo fasullo di “quelli che contano”.

Che sono gli altri, quelli vincenti, non certo lui. Una certa propensione alla fuga da tutto, da responsabilità e senso di fallimento, da se stesso e da un mondo in cui non si riconosce da tempo.

Lei una diciassettenne dai mille talenti, tutti sprecati in un continuo cercare qualcosa che riempia il vuoto. Tesa a conquistare il mondo a modo suo, lucida in una mania di onnipotenza che si fa viepiù importante con lo scorrere della storia. Lei, Lea, in fuga dalle sue ombre e dalla vita noiosamente ordinaria, incontra il professore. Un “loro” che non ha scampo, tra l’inconsistenza di lui e il bisogno di affermarsi di lei.

Lea, le cui motivazioni si scoprono solo alla fine, quando è tardi.

Parigi, per un finale inaspettato e scontato in un certo modo. Una città con il fascino giusto, decadente e sfavillante come tutto ciò che è destinato a sbriciolarsi. Il posto giusto per chiudere una storia.

Come un film francese è un romanzo asciutto, veloce e tagliente. Contiene la descrizione nitida della nostra società effimera e bugiarda; la generazione disempre giovani un po’ scollati dalle responsabilità e quella dei giovani disillusi, cinici e spietati ma lucidi in ogni caso più degli adulti. Una critica al mondo dell’editoria – come il precedente “caso letterario dell’anno” dello stesso autore – teso a creare il mostro, l’evento, invece di coltivare i contenuti. Una critica più ampia ai nostri usi e costumi, che ci portano verso una sicura autodistruzione a piena velocità. Un’orchestra del Titanic che continua a suonare mentre il mondo s’inabissa.

Roberto Saporito, albese con la passione per la musica, gli scritti e il buon vino, usa la sua prosa sempre “in levare”: suggerisce ma non trascina verso una catarsi. Fa lavorare il lettore conducendolo con tratti decisi lungo la sua linea di pensiero, raccontando un mondo intero con due sole storie personali.

 

Torino, 23 luglio 2015

Un’intervista a Roberto Saporito pubblicata oggi sulla rivista “Idea” (a cura di Enrico Maria di Palma)


Un’intervista a Roberto Saporito pubblicata oggi sulla rivista “Idea” (a cura di Enrico Maria di Palma)

“Liberi di Scrivere” ha recensito oggi “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito (recensione a cura di Giulietta Iannone)

“Liberi di Scrivere” ha recensito oggi “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito (recensione a cura di Giulietta Iannone): il link diretto alla recensione:

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/07/21/come-un-film-francese-roberto-saporito-del-vecchio-editore-2015/

 

Un’intervista (oggi) a Roberto Saporito su “Kultural” (a cura di Paola Ferrero)

KULTURAL

Intervista a Roberto Saporito

Scritto da Paola Ferrero.

Un buon libro, sono convinta, ti lavora dentro anche a distanza.

Quando improvvisamente ti trovi a farti una domanda riguardo a una storia, a un personaggio o anche a un semplice non detto ti rendi conto di quanto ciò che leggi lascia un segno. Non capita con tutti, anzi. Ci sono romanzi che ti attraversano e se ne vanno come una granita d’estate. Ce ne sono altri che fanno capolino nei momenti più inaspettati, quando magari ti ritrovi in strada a guardare la minigonna della ragazza che ti cammina davanti o quando ripensi all’università e alle abitudini di alcuni. O quando qualcuno ti bacchetta perché non hai inserito il codice fiscale di un personaggio nel tuo ultimo racconto, come se fosse il nozionismo a raccontare storie e non la fantasia.
Capita quindi che nel momento in cui si incontra la prosa di Roberto Saporito, così asciutta e allo stesso tempo densa di materiale, la fantasia esulti per il compito di riempire i pochi vuoti e dare il proprio colore alla storia. Se poi si ha anche la fortuna di poter comunicare direttamente con l’autore, ecco che le riflessioni diventano dialogo e il dialogo è una piacevole intervista, fatta quasi all’ora di cena con un buon bicchiere di vino davanti e il mare che sussurra poco più in là – perché la fantasia inizia a lavorare.

Ci sono mille spunti di riflessione in questo tuo ultimo lavoro, il cui protagonista principale risulta essere il nostro tempo. Il Professore, Carlotta e Lea rappresentano aspetti differenti della società in cui viviamo: autodistruzione, edonismo e impunità.
- E poi c’è un altro aspetto che in qualche modo li unisce tutti e tre, cioè il non trovare il proprio posto nel mondo, forse non cercarlo affatto, o cercarlo nel posto sbagliato, in una società che si accorge della tua esistenza solo quando sbagli, in una società che respinge invece che assorbire, che per sopravvivere ci rende cinici, che ci invita ad usare le persone invece che a conoscerle meglio.

Il senso della sconfitta che prova il Professore rendendosi conto di fare un lavoro che non esiste invece di quello che dovrebbe fare, mi fa pensare a un uomo “piccolo” che non sa arrivare fino in fondo alle cose. Le desidera e allo stesso tempo sembra incapace di agire. Questa rassegnazione è uno dei mali di oggi?
- Certo, il fare un lavoro che non ti piace, ma che ti da comunque da vivere (e che diventa l’unico motivo per farlo, un motivo che però è un peso enorme da portare), e magari tralasciare qualcosa per la quale siamo portati (il famoso talento), ma che non ti porta invece (almeno economicamente) da nessuna parte: il Professore-scrittore in fondo prima di arrendersi scrive cinque romanzi, ma visto lo scarso successo (economico) trova un modo per riciclarsi, insegnare qualcosa che secondo lui non si può insegnare: a scrivere.

Non è la prima volta che il tuo protagonista è uno scrittore e ogni volta sembri ironicamente critico riguardo a questo mondo. Il desiderio di apparire si è appropriato anche della scrittura, diciamo. Tutti questi corsi di scrittura creativa, su cui il Professore ragiona all’inizio del libro, sono utili o appunto un modo come un altro per approfittare dell’ansia di diventare “qualcuno” che sembra possedere tanti?
- Il Professore è un fautore del talento, se ce l’hai forse un corso di scrittura creativa può aiutarti a incanalarlo nella giusta direzione, può darti darti un metodo per governarlo, ma se ne sei privo, la scuola di scrittura creativa è un inutile perdita di tempo (e di denaro), diventando unicamente un dispensatore di false speranze. Oggi agli scrittori si chiede di essere personaggi, si chiede di apparire, di essere attori prima che autori, in questo modo il valore del libro passa in secondo piano, gli scrittori devono essere vendibili per quello che fanno più che per quello che scrivono, devono stare su un palcoscenico, invece di stare chiusi nella propria cameretta a scrivere, dato che la scrittura, purtroppo, non è più la cosa più importante di un libro. Ma la colpa è anche dei lettori, che in una sorta di circolo vizioso, o forse anche solo cadendo nella trappola di certi editori sono più interessati allo scrittore che al libro: affollano i festival letterari e le fiere del libro, ma disertano le librerie.

Abbiamo già parlato della mancanza di educazione alla lettura che appiattisce in qualche modo lo scrivere di molti autori e delle politiche editoriali che tendono per profitto ad appiattire il prodotto rendendolo riconoscibile, duplicandolo, falsandolo. La resa del Professore anche qui è evidente, anche se tenta di trasmettere ai suoi allievi un minimo di criterio nel leggere prima di pretendere di scrivere. La scelta di insegnare qualcosa in cui non crede, la scelta di non partecipare alle riunioni di redazione, perfino la scelta di non scrivere – seppure forse meno consapevole delle altre – sono un suo modo di fuggire da un mondo che non sente più suo?
- Sicuramente, nel momento in cui non ti senti più parte di quel mondo, dato che oggi l’unico vero riconoscimento è quello economico, se i tuoi libri non vendono, al di là del valore letterario del testo, vieni sistematicamente tagliato fuori dal sistema editoriale, esistono solo più i numeri, le copie vendute, le classifiche, i prestigiosi premi letterari (specialmente per le grandi case editrici, per le medie-piccole forse c’è ancora qualche speranza, lì il coraggio di scommettere su un testo nel quale si crede ancora esiste, per fortuna). E comunque tornando alla lettura sono fermamente convinto che non esista nessun buono scrittore che non sia stato prima di tutto un grande lettore, l’atto del leggere deve per forza essere alla base di qualunque buona scrittura.

La fuga è comunque uno dei temi principali. Sia il Professore che Lea sono in fuga. Da sé, soprattutto. Ma anche da una realtà che non li vede “compiuti” e che promette responsabilità che non vogliono. Dalla società che impone uno standard che non è il loro: il “vincente a tutti i costi”. Così mi pare che la loro iniziale fuga in vespa sia il primo indizio, quello tangibile, di una loro tendenza. È quello che in fondo li unisce?
- La fuga è uno dei miei temi ricorrenti, fughe reali, nelle spazio, ma anche fughe da fermi, da se stessi. La fuga sposta di lato i problemi, chiede una pausa dal peso di vivere, mitiga le responsabilità (specialmente quelle che non ti sei scelto, ma che ti sei ritrovato a dover vivere): è una sorta di scelta relativa, al limite della non-scelta, una sorta di vacanza dalle responsabilità, e che per qualcuno può perfino diventare una vacanza permanente, un girare a vuoto per non dover girare come vogliono gli altri, un viaggiare paralleli, alla giusta distanza, dai binari prestabiliti da qualcuno che non sei tu. E infatti il Professore e Lea sono uniti da questa tendenza a scappare, a mettere una distanza, reale, ma anche fittizia, tra le cose che come macigni esistenziali li tengono legati ad una vita che vorrebbero però diversa.
Sebbene il secondo tempo sia dedicato a Lea, la vera rivelazione riguardo il suo personaggio giunge alla fine. In qualche modo ci sono “briciole” che conducono a questa rivelazione, mai troppo visibili, però non hai calcato la mano sull’evento che ha trasformato una ragazza intelligente e dotata in una squinternata vendicativa e priva di senso di colpa. Un tema del genere avrebbe dato un taglio differente alla storia, per quale motivo hai scelto di non approfondirlo?
- Nei miei romanzi ci sono tantissimi rivoli narrativi, idee che se ampliate potrebbero trasformare un mio classico libro (spesso breve) in un romanzone di quattrocento pagine, ma totalmente diverso dalla mia idea iniziale. Quello che ho deciso di raccontare nel romanzo è quello che ci tenevo fosse raccontato, gli elementi allineati uno dietro l’altro, sono esattamente la storia che mi interessava sottolineare, una sorta di meccanismo perfetto (o almeno spero che lo sia) dove un elemento in più o uno in meno stravolgerebbe la mia idea, che è di pulizia assoluta del testo, di asciuttezza, di non ridondanza, di reticenza: i non detti sono fondamentali quasi quanto viene raccontato in maniera palese. Più fantasia ha il lettore, però, più il mondo creato da me (e con le informazioni che do nella storia), più il mondo raccontato si amplifica: non ti dico tutto, ma ti dico quanto basta, ti do delle fondamentali linee guida: il lettore nei miei romanzi deve lavorare, non può mai rimanere passivo.

In una sorta di lucida inconsapevolezza, Lea e le sue amiche hanno un codice preciso sia nell’abbigliamento che nel comportamento. Il Professore rimarca costantemente questo suo sentirsi “lontano”, e “sociopatico”, eppure finisce per seguire come privo di volontà la bella di turno a feste che nemmeno lo interessano o fino a Parigi. Come se avessi ribaltato le cose e avessi reso le giovani ribelli conformiste e l’adulto fosse tornato adolescente. Un altro specchio dei tempi, non credi? Giovani molto più lucidi e attenti (anche quando folli e annoiati) e adulti inconsistenti.
- È assolutamente così, era proprio quello che volevo mettere in evidenza: i giovani sembrano avere le idee molto più chiare su molteplici aspetti della vita, che non gli adulti, eterni Peter Pan, che non hanno avuto una propria rivoluzione (ma ne hanno sfiorate tante, da quelle sociali e politiche a quelle tecnologiche) che li avrebbe probabilmente sbalzati finalmente nella realtà, li avrebbe forse fatti davvero crescere: una generazione che si considera ancora giovane a cinquant’anni, è una generazione pericolosa per sé e per gli altri.

Parigi. Sai spiegarmi il fascino di questa città? E perché l’epilogo, inaspettato, deve andare a svolgersi proprio lì? Cosa ci fanno a Parigi il Professore e Lea?
- Parigi è una sorta di mia città feticcio, è una tappa ultima di quasi tutti i viaggi che intraprendono i miei personaggi (è successo in molti dei miei romanzi, ma non succederà nel prossimo, dove, finalmente Parigi non ci sarà).

È una sorprendente calamita mitologica, è la fine delle cose in quanto città decadente per antonomasia. È il simbolo, stupendo, ammaliante, stupefacente delle macerie che sta diventando l’occidente del mondo.

La musica, lettura e scrittura, la Francia, i finali a sorpresa, la critica, la noia, e poi il fuggire dal proprio sogno e dalle responsabilità, la mancanza di etica, il sesso, le citazioni; dimentico qualcosa?
- Forse no, hai trovato tutti gli ingredienti che compongono Come Un Film Francese: complimenti sei un’ottima chef letteraria che ha riconosciuto tutti i elementi che compongono questo piatto-libro.

E il vino è un bouquet di fiori e frutti.

 

13 luglio 2015

Il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore) sulla rivista “Uscire”

“La Poesia e lo Spirito” ha recensito (oggi) il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), recensione a cura di Pasquale Vitagliano…

La Poesia e lo Spirito

 Come un film francese, l’ultimo romanzo di Roberto Saporito

 Pubblicato: luglio 9, 2015

Ho letto il libro di Roberto Saporito e mi sono chiesto, ma come è un film francese? Un film degli anno ’30 sarebbe realistico e poetico allo stesso tempo. Se fosse contemporaneo sarebbe in bilico tra docu-drama e video clip. Forse, tuttavia, questo ultimo romanzo di Saporito nasce dalla nouvelle vague e dunque insegue lo “splendore del vero”.

Il cinema di Godard e di Truffaut è semplice solo in apparenza, in realtà è un congegno perfettamente strutturato. E’ una macchina d’intelligenza, con tanto di istruzioni per l’uso. Didascalico e multidisciplinare nel linguaggio, racconta la realtà seguendo lo stesso flusso ellittico e discontinuo della memoria, insegue i ricordi e lascia affiorare le immagini rimosse e dimenticate. Il risultato è una rappresentazione narrativa leggera nella forma ma complessa nei significati, interiore e intellettuale ma non ostile ai generi stilistici che li acquisisce per reinterpretarli. Allora, ho capito il senso del titolo. Il romanzo di Saporito è cosi. Un breve romanzo nuovelle vague. Ma non perché ambientato (anche) a Parigi. I suggerimenti bibliografici posti all’inizio, le istruzioni dell’uso, messe (con autoironia) alla fine; il richiamo espresso nel titolo di uno dei capitoli alla colonna sonora che idealmente dovrebbe accompagnare il lettore che è salito di passaggio su questo Maggiolino letterario hanno questa chiara ascendenza culturale.
Il romanzo racconta l’incontro-scontro di un coppia. Due esistenze lontanissime che impattano con il proprio corpo. Il corpo, il nostro ultimo medium con il mondo esterno. Senza il corpo la realtà vera sparirebbe. Di noi non resterebbe che un twitter incomprensibile. Solo che il professore, scrittore e maestro frustrato di scrittura creativa, vive di lato al corpo, quello suo, quello degli altri, quello delle donne che ingoia per sopravvivere. Lei, Lea, invece vive dentro il suo corpo, fino a rischiare di sprofondarci dentro. Il professore e Lea richiamano Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg di Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle). Entrambi sono puri nel perseguire il proprio fallimento, entrambi sono retrò nelle loro figure, lui troppo mascalzone, lei troppo ribelle. Entrambi in attesa di un momento di grazia, di un gesto che li salvi. Solo che lui è oramai irredimibile, la grazia non la ritroverà più dopo averla appena toccata con la scrittura. Per lui “Scrivere un solo grande racconto in tutta la vita è sempre meglio che scriverne cento brutti”. Lea invece almeno con la realtà riuscirà a riconciliarsi. Ci riuscirà grazie alla musica. Eppure, riconciliata con il mondo lo scoprirà inaccettabile. Così inaccettabile da essere spinta a compiere un atto di volontà terribile, quello di uccidere l’uomo che l’aveva tradita. “La musica è talmente alta che mi risuona nello stomaco come se io fossi una cassa acustica, come se fossi io la fonte di questi decibel impazziti, come se fossi la musica.
Lea spara al professore nel cimitero di Parigi. Un colpo scheggia persino la lapide di Proust (ma perché nella copertina c’è la tomba di Morrison?), reo solo di aver scritto che “si ama davvero ciò che non si possiede”. Mi viene in mente un altro film francese, (La mariée était en noir). Lei è la Jeanne Moreau di Truffaut. Solo che Lea è una “sposa in nero” capovolta. Non vendica il marito uccidendo il gruppo di amici colpevoli della morte del marito. Vendica tutte le donne uccidendo il “maschio traditore”. A conferma che non esistono affatto “donne facili”.
Il finale è strepitoso. “E quella cos’è?”, domanda sorridendo il professore. “Tu cosa pensi che sia?” risponde Lea, “retorica quasi quanto lui”. “Ma è vera?”. Al termine della storia irrompe finalmente la realtà. E spazza via la finzione narrativa, ogni macchinazione letteraria. Il terzo colpo lo colpisce al volto devastandolo. Francamente, tuttavia, è proprio questo colpo a sorpresa che ti pone un dubbio al termine di una lettura veloce e piacevolissima. L’ultimo romanzo di Saporito è troppo strutturato per essere un romanzo breve. Ovvero, ed all’opposto, è troppo esile per reggere un’architettura così complessa. Niente paura, il medesimo dubbio mi viene dopo aver visto un film francese.

A cura di Pasquale Vitagliano

 

“Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito recensito oggi su “Mangialibri”

 

TITOLO “Come un film francese”

AUTORE Roberto Saporito

GENERE romanzo

CASA EDITRICE Del Vecchio

ANNO 2015

NOME REDATTORE Raffaello Ferrante

VOTO 3 panini su 3


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Lui, il Professore, sociopatico, depresso, dalla noia esistenziale facile, cinque romanzi e un passato glorioso alle spalle, ora con sua stessa sorpresa e senza idea di cosa insegnare e/o cosa più scrivere, addirittura docente universitario di scrittura creativa. Lei, Carlotta, sua studentessa del corso, giovane, bella e ricca capace in meno di zero di aprire le cosce e infilare guinzaglio e museruola al maturo docente bello e dannato e trascinarselo per festini e party esclusivi in villone extralusso della Costa Azzurra. L’altra, Lea, Lolita punk, sorellina di un’amica di Carlotta che durante un adrenalinico on the road tutto alcol, droga e perizoma in compagnia proprio di Martina, non riesce davvero a mandar giù che il suo nuovo amante – già proprio il nostro Professore Peter Pan -, le sia stato schifosamene infedele. Quando le strade dei protagonisti finiranno con l’incrociarsi e convergere, fatalmente i nodi delle loro vite dovranno necessariamente venire al pettine…

Noia, sesso, soldi, droga, Roberto Saporito racconta la decadenza della sua personale Grande bellezza in tre atti. Quella del mondo letterario e (pseudo)culturale, già preso di mira nel precedente romanzo. Quella esistenziale di una generazione di privilegiati – solo in fatto di conto in banca -, in un mondo viceversa in bancarotta, e quello di un’intera società senza più aria, incapace di riempire i propri cancerogeni vuoti se non attraverso un melodrammatico lusso sfrenato o un’accelleratore pigiato perennemente al massimo che in qualche modo tenga a bada le falle e azzeri le coscienze. Soltanto il professore, figlio letterario di Dino, il protagonista moraviano de La noia, forse nel suo parassitario incedere riesce in fondo al tunnel realmente a intravedere qualcosa, a rendersi conto, con un barlume di annacquato spirito critico, della sua disperata solitudine. Ma anche lui, piegato totalmente alla sua anoressia mentale e privo di ogni minima reazione, non potrà che arrendersi a quello che sarà il suo ineluttabile e inevitabile destino.

 

A cura di Raffaello Ferrante

 

Roma, 03/07/2015

 

“Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito recensito oggi su “Satisfiction”

 

COME UN FILM FRANCESE

 

Recensione di Nicola Vacca

 

Uno scrittore in crisi creativa con profondi dubbi sulla sua vocazione. Questo è il protagonista di «Come un film francese», il nuovo romanzo di Roberto Saporito.

Un’esistenza sociopatica e misantropa che si confronta ogni giorno con tutti i cinismi del proprio comportamento e che si trova a vestire i panni di professore in un corso di scrittura creativa.

Davanti ai suoi studenti lo scrittore che non riesce più a riempire una pagina bianca mostra tutta la parte più cinica del suo inquieto carattere di uomo senza qualità.

Disamorato del mondo culturale che frequenta, disincantato da tutto quello che lo circonda, con i suoi allievi e tragicamente sincero quando racconta che per imparare a scrivere in maniera creativa prima di tutto bisogna non solo leggere tanto, ma amare l’atto stesso della lettura. «Non esiste nessun buono scrittore che non sia un lettore accanito. Diffidate degli scrittori che non leggono, perché non sono scrittori»

I suoi corsi di scrittura creativa diventano delle autentiche lezioni di morale creativa. Lo scrittore – professore in crisi di idee e parole ai suoi allievi racconta paradossalmente la direzione giusta della letteratura, che appunto non contempla casi editoriali dell’anno e finti scrittori costruiti ad hoc da un mercato editoriale marcio e corrotto.

«Come un film francese» è un romanzo sugli scrittori e sulla letteratura. Roberto Saporito è l’unico scrittore italiano capace di scriverne come solo sanno fare alcuni grandi scrittori americani che lo stesso autore afferma di amare. Don De Lillo, Philip Roth, Bret Easton Ellis, giusto per citarne alcuni.

Con una scrittura essenziale, elegante e mai compiaciuta, Saporito nel suo romanzo intreccia, con straordinaria abilità di narratore, la parte letteraria con un’intrigante e avvincente storia dalle sfumature noir. A questo punto, il libro potremo leggerlo come se stessimo guardando un raffinato film francese.

Carlotta e Lea sono le due figure femminili che avranno a che fare personalmente con la misantropia e l’asocialità del professore. Mostrandosi sempre più cinico nei rapporti umani, egli non ha ancora deciso se nella sua esistenza preferisce l’apparenza dell’ipocrisia di molti o l’odio conclamato di tutti.

Nei tre tempi in cui è scandito il romanzo, l’autore lascia parlare i suoi personaggi, gli concede sulla pagina la tribuna del proprio punto di vista. Saporito assiste insieme al lettore alla loro caduta in questo tempo narciso, omologato e consumista in cui tutto ciò che conta è quella giusta dose di cinismo e di calcolo bene amalgamata con un’apparenza fredda in cui non c’è posto per nessun tipo di autentico afflato umano.

Quando arriverete all’ultima pagina di «Come un film francese», vi accorgerete che Roberto Saporito si è affidato alla finzione per rappresentare il reale, che spesso nella sua perenne decadenza supera ogni tipo e grado di immaginazione.

Come appunto solo gli scrittori autentici (che sono quelli che scrivono per curare se stessi per dirla con le parole di Philip Roth) sanno fare.

 

Milano, 01/07/2015

Oggi il settimanale “Gazzetta d’Alba” ha pubblicato una bella recensione (a cura di Edoardo Borra) al nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore)

Recensione su “Il Bardo” (a cura di Paola Scialpi) al nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore)

Il Bardo (fogli digitali di culture a cura di Maurizio Leo e Stefano Donno)

sabato 13 giugno 2015

 

Paola Scialpi recensisce il nuovo libro di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio editore)

Protagonista un professore, docente universitario a cui è stata affidata una cattedra di scrittura creativa visto che anche lui è uno scrittore con attivo cinque romanzi, molti premi e pochi soldi. Un quarantenne molto attraente o forse è solo l’effetto alone che circola nelle aule visto che le studentesse sono attratte da lui ed alcune condividono l’alcova. Un personaggio inquieto ammalato del mal di vivere, autodefinitosi un sociopatico o un paranoico, un uomo e prima un ragazzo molto indeciso nelle proprie scelte, nei percorsi scolastici (liceo classico o scientifico, poi ragioneria)poi all’Università ,prima Diritto ed economia come imponeva la logica, poi Giurisprudenza per seguire la scelta di un’amica e definitivamente la laurea in Giornalismo dopo essere passato da Lettere e da Scienze Politiche.

Le altre protagoniste,sue studentesse ed amanti Carlotta e le due sorelle Martina e Lea e sullo sfondo un ambiente ricco di abiti ed accessori griffati, palazzi con quadri d’autore e mobili ridondanti opulenza in ogni pezzo ed in ogni decoro.

I personaggi si muovono come in una sorta di nebulosa dove i confini tra realtà ed immaginazione letteraria sembrano confondersi. Un ambiente la cui decadenza culturale e sociale si rivela nei comportamenti delle protagoniste che sembrano essere solo involucri di bellezza ostentata che nelle loro azioni  quasi escono dai propri corpi in una mancanza assoluta di consapevolezza dei loro comportamenti anzi sorprendendosi loro stesse nello scoprire determinate tendenze o sfaccettature del proprio carattere come se esso appartenesse a qualcun altro. Una sorta di indifferenza verso tutto ciò che abbia a che fare con i valori , verso tutto ciò possa avere una consistenza di veri sentimenti,verso tutto ciò che non sia sesso e che per questo non verificabile e non tangibile.

Il racconto si legge di un fiato con un ritmo che ben identifica il rapporto isterico con la vita. Un ritmo che non perde mai consistenza e che avvolge il lettore senza interruzione fino al finale a sorpresa che si sposa con grande coerenza a tutti gli eventi narrati.

 

“Libero Libro” ha recensito il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), (a cura di Katia Ciarrocchi)

Rivista Letteraria “Libero Libro

 

Roberto Saporito – Come un film francese

 

giugno 10, 2015

 

A cura di Katia Ciarrocchi

 

Voglio essere estremamente sincera, ho girato e rigirato tra le mani il libro di Saporito e se avessi dovuto acquistarlo basando sull’impatto visivo non lo avrei mai e poi mai acquistato; non so perché ma la grafica scelta per la copertina mi faceva pensare che la qualità del romanzo non fosse dei migliori.
Mai fermarsi sulle soglie dell’apparenza , andare sempre oltre prima di parlare e giudicare, diceva sempre mia madre, e mai detto è tanto azzeccato quanto in questo caso.
Ho iniziato malvolentieri la lettura di Come un film francese, libro di Roberto Saporito, e devo ammetterlo, mi si è aperto un mondo.
Iniziamo dalla fine, la scelta narrativa dell’autore è azzeccatissima e d’impatto diretta e veloce, pochi fronzoli e concetti precisi e concreti.
Il libro è a due voci, uno scrittore in crisi e senza vena creativa, insegna all’università un corso di scrittura ma in realtà consiglia letture e grandi autori, di suo? Ben poco.
La sua vita è gestita interamente dal cervello che “tiene” tra le gambe e gli intrecci provocati da quest’ultimo gli causeranno un qualche problemino.
Lea una ragazzina che ama vivere la vita in tutti i suoi eccessi, un bel tratto psicologico adolescenziale che ti inchioda a riflettere soprattutto se sei madre…
Le storie si intrecciano come un puzzle perfetto, sembrano tanti racconti a se che però letti nell’insieme creano questo film francese interessante soprattutto nei risvolti psicologici dei personaggi.
Non amo anticipare molto dei libri che leggo perché un po’ di suspense è fondamentale per chi come me ama leggere senza che gli sia anticipato nulla.
Certo Il libro di Saporito non sarà il caso editoriale dell’anno, ma una buona lettura, simpatica, leggera e scorrevole nonostante i mille spunti di riflessione.

Katia Ciarrocchi

 

“Il Paradiso degli Orchi” ha recensito (oggi) il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), (a cura di Alfredo Ronci)

 

Roberto Saporito

 

Come un film francese

 

Del Vecchio editore, Pag. 134 Euro 14,00

 

Riecco Saporito e riecco l’editore Del Vecchio.
Due scommesse in realtà e, forse, due modi di intendere la letteratura. Ma qui ci troviamo a dover parlare di libri e non di politica del libro. Quindi non alziamo barriere e manteniamoci bassi.
Riecco Saporito.
Lui, come dicono anche le note di copertina, ha fatto di tutto (ma onestamente mi chiedo come faccia  a campare… ma non è detto che non glielo chieda) e ha anche scritto dei romanzi, o racconti, che nel peggiore dei casi non sono rimasti inutili… figuriamoci nel migliore.
Ma è uno che fa anche incazzare e straborda di suo.
Un libro come Come un film francese (doppia ripetizione, ma non è colpa mia) non ce lo aspettavamo proprio. Almeno, io non me lo aspettavo proprio.
Cosa vuol significare?
Me lo sono chiesto più volte e non riesco a percorrere una strada sicura. Nel senso che non capisco cosa la sua mente abbia potuto partorire e poi rilasciare sui fogli.
Ha voluto ripercorrere la sua vita precaria però con l’aggiunta di una pausa determinante prima della tragedia? Bene, ma a noi?
Ha voluto raccontare una crisi umanitaria confondendo anche le generazioni, come se tutto fosse ormai destinato al fuoco sacro dell’indifferenza? Bene, ma a noi?
Ha voluto mettere in mezzo alla storia una Francia che è lì solo per via di indirizzi e occasioni che fanno un po’ il luogo dei sogni? Bene, ma a noi?
Dunque. Saporito mi sta simpatico e credo anche nella sua assoluta voglia di far sapere al mondo intero dove sta la buona letteratura (ma perché quell’elenco iniziale di libri, come se tutto possa essere circoscritto?), ma non capisco però perché questa sua posizione della essere accompagnata dalla firma degli altri (tutte quelle citazioni colte, che servono soltanto a catturare la mente dei più deboli) e da una voglia di confrontarsi che non fa proprio … film francese.
Anzi, se dovessi fare il prezioso, direi che il finale più che ad una cinematografia d’oltralpe assomiglia molto a un fatto di cronaca nazionale. Dal femminicidio (brutta parola) al maschicidio (si dice?)… e tutto quel che segue.
Per ora un giudizio medio, perché in fondo Saporito sa scrivere, ma alla prossima occasione son dolori. Se poi dovesse ricredersi… di Alfredo Ronci

La Rivista Letteraria “Argo” ha recensito oggi “Come un film francese”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito (a cura di Simone Colombo)

Rivista Letteraria ARGO

una saga a spasso coi tempi

Bologna, 6 giugno 2015

Roberto Saporito, Come un film francese, Del Vecchio Editore, 2015 

I personaggi di Roberto Saporito, come i suoi romanzi, sono sempre in una fase di post-formazione: qualcosa è già successo, e l’autore ci racconta il seguito. Si percepisce spesso un vuoto nelle sue storie, qualcosa che manca, ed è appunto la prima parte della storia, un romanzo non scritto che l’autore salta per concentrarsi su ciò che accade dopo, concedendo al prima qualche cenno allusivo.

Uno scrittore che non scrive più, contraddizione in termini ambulante, ma che insegna scrittura creativa all’università. Donnaiolo con la sindrome di Peter Pan, non cresce professionalmente ed emotivamente: lo conosciamo mentre si gongola, anche se un po’ annoiato, nella storia con una sua ricchissima studentessa/groupie, che lo trascina suo malgrado nel mondo dell’alta società tra Piemonte e Francia, in sfarzose e patinate feste per vip. Qui l’incontro clandestino con Lea.
Lea, giovanissima femme fatale, parte con l’amica Martina per un’avventura on the road, subito dopo essere stata tradita dallo scrittore che non scrive. Due belle ribelli in viaggio su un Maggiolino, tra musica, alcool e motel sperduti chissà dove, incontrano e proteggono Anny, ragazza in fuga dal fidanzato malavitoso. È l’occasione per farsi forza a vicenda con pasticche e alcool, per impugnare una pistola e svegliare pulsioni non previste quanto inebrianti.
Il viaggio non può durare per sempre, il cerchio va chiuso: un appuntamento a Parigi tra Lea e lo scrittore chiude la vicenda, non prima di averci svelato il “prequel” di Lea, appesantita da un passato ingombrante nonostante la sua giovane età.
In “Come un film francese” il tema della giovinezza è al centro del romanzo: quella adolescenziale di Lea, bambina che gioca a fare l’adulta e al tempo stesso adulta carica di immatura energia; lo scrittore, invece, uomo maturo suo malgrado, cede al proprio lato adolescenziale senza poterne fare a meno, annoiandosene subito dopo, trascinandosi in un limbo tra due età: tra il suo promettente passato e il suo improbabile presente.
Roberto Saporito organizza le due storie come vasi comunicanti, uno accanto all’altro come atti teatrali, lasciando fino in fondo la sensazione che la sua macchina narrativa non finirà e che potrebbe continuare all’infinito. Il suo è uno stile semplice, introspettivo ma concreto: al lettore sono svelati in prima persona i pensieri e le emozioni di personaggi un po’ fuori dal mondo, mentre dettagli superficiali sapientemente disposti li riportano a terra, inquadrandoli in tipi umani, espressioni sociali di un sentire comune. Qui l’autore può sfogare la sue passioni mondane, la musica, la letteratura, la moda… Saporito è autore di questi tempi, e non perde occasione per farlo notare nominando luoghi, scrittori, band, dischi, vestiti e marche di sigarette, con un edonismo a volte sfacciato e compiaciuto ma sempre significante.

Simone Colombo

Roberto Saporito (1962) collabora con la rivista letteraria Satisfiction, suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e antologie. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Anche i lupi mannari fanno surf (Robin, 2002), Eccessi di realtà/Sushi Bar (Gruppo Editoriale Marche, 2003), Millenovecentosettantasette/Fantasmi armati (Besa, 2006), Carenze di futuro (Zona, 2009), Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010) e la novella Anche i lupi mannari fanno surf (Remix) (Senzapatria, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013) e raccolte di racconti: Harley-Davidson Racconti (Stampa Alternativa, 1996), H-D / Harley-Davidson, deserti e moderni vampiri (Stampa Alternativa, 1998), Generazione di perplessi (Edizioni della Sera, 2011).

Oggi il quotidiano di Verona “L’Arena” ha pubblicato una bella recensione (a cura di Grazia Giordani) al nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (Del Vecchio Editore).

Il professore e la studentessa

Tresche fatali, con finale noir

Se avevamo apprezzato lo stile fulmineo, mordace, attraversato da schegge di perfidia di Roberto Saporito nel suo romanzo Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest), il nuovo libro Come un film francese (Del Vecchio Editore, 134 pagine, 14 euro) ci porta verso una scrittura nuova, seppure un po’ troppo riverente nei confronti dell’autore americano Bret Easton Ellis, maniacale nel citare le firme dell’abbigliamento che indossano i personaggi puntigliosamente descritti.
Saporito non ha bisogno di questi prestiti, perché il suo lessico è personale e persino attraversato da flash di sussurrata poesia. L’autore ci prepara alla lettura, come farebbe uno chef, esponendo gli ingredienti, mostrandoci lunghe liste degli autori che ama, alcuni modernissimi, altri ultraclassici come quel mostro sacro che si chiama Marcel Proust. Il romanzo è popolato di personaggi, con loro precipue caratteristiche (veristiche le descrizioni femminili), ma le due figure principali sono il Professore — insegnante di scrittura creativa, un tempo scrittore, ora in astinenza di ispirazione, introverso e abbastanza paranoico, molto ambito dalle allieve, non solo per la sua enciclopedica cultura letteraria — e Lea, diciassettenne dai fulvi capelli, piena di problemi e di contorsioni psichiche. L’ adolescente, che sarebbe piaciuta a Nabokov, in cerca di qualcosa che non sa nemmeno lei; il Professore con cinque romanzi, molti premi e pochi soldi in tasca, finito a insegnare scrittura creativa all’università. Mestiere che svolge molto bene. Gustosissime e veramente colte, senza pedanteria, le sue lezioni. Possiamo ben capire il tourbillon di allieve che lo corteggiano e che si porta a letto. I due sembrano usciti da un film francese in tre tempi, questa è l’allure del romanzo, che si legge mentre il paesaggio della Costa Azzura increspa i capitoli. Una storia d’amore? Anche. Una denuncia del mondo d’oggi in decadente sfacelo? Pure. Ma c’è un ma che riserviamo alla curiosità del lettore: l’epilogo è noir, di morbosa forza.

Grazia Giordani “Come un film francese”

“Senza Zucchero” (il blog letterario di Del Vecchio Editore), per salutare l’uscita di “Come un film francese”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito, ha pubblicato oggi un racconto inedito di Roberto Saporito: “Il campo da tennis”

Per salutare l’uscita di Come un film francese (Del Vecchio Editore) di Roberto Saporito, pubblichiamo oggi un suo racconto inedito: Il campo da tennis.

***

Il Campo da Tennis

di Roberto Saporito

“Si parla sempre della tragedia di non ricordare.

Ma ricordare ha i suoi limiti.
Credimi, dimenticare fa bene.”
(Lorrie Moore)

Il campo da tennis appare desolato, in disuso, abbandonato da chissà quanti anni, la terra rossa, con buchi e avvallamenti, assalita da una vegetazione selvaggia, seppur rada, a macchia di leopardo, verde sporca, la rete floscia, consumata, le righe bianche quasi scomparse, il fantasma di se stesse, la recinzione intorno al campo collassata in alcuni punti e tagliata in altri, la sedia dell’arbitro arrugginita e spettrale dall’aspetto troppo alto sembra assolutamente fuori contesto, come un elemento alieno; intorno le cicale cantano nascoste nella vegetazione cresciuta anarchica e fuori controllo, che, come il campo da tennis, non vede l’intervento dell’uomo da troppo tempo. Entro nel campo da dove una volta c’era una porta a rete che adesso è divelta e abbattuta e spunta, ma di poco, tra le erbacce che ricoprono tutto quello che incontrano lungo il loro inesorabile e incontrollato cammino, chiudo gli occhi e sento la voce di mio fratello, Umberto, dodicenne che urla un accorato e stridulo “fuori!”, e la mia voce quattordicenne che ribatte “ma quando mai, ma se è dentro di almeno un metro!”, e tutto questo succedeva trentaquattro anni fa, il campo da tennis era splendido, tenuto come neanche i campi del Roland Garros a Parigi, mio padre era vivo, ma mia madre era sparita da un pezzo, e l’unico mio pensiero però era vincere una partita a tennis con mio fratello, che era più piccolo, ma molto, molto, più bravo di me a giocare a tennis.
Apro gli occhi e la desolazione è lì, di fronte a me, a ricordarmi la mia voglia di dimenticare, come un inesorabile notaio del tempo pronto a formalizzare il mio allontanamento da questo luogo e dai suoi abitanti. Nell’angolo più lontano del campo si intravede quella che dovrebbe essere un’idea di palla da tennis, la trama a brandelli, un modello quasi abortito di rotondità, con una mortifera assenza di ossigeno all’interno.
Mi piaceva giocare a tennis, e con mio fratello e Grazia, la figlia di Silvio, il tuttofare che teneva insieme questo luogo, passavamo le ore, interi lunghissimi e caldi pomeriggi, senza mai sentire la stanchezza, competitivi, rissosi, ma, almeno questo è il mio ricordo ora, felici, senza un pensiero che non fosse l’attimo che stavamo vivendo, come se non avessimo un passato, non esistesse un futuro, ma solo un permanente presente. E così si spiega il fatto che, almeno io, non pensassi praticamente mai a mia madre, al fatto che se ne fosse andata, e chissà dove, e chissà perché. Che non pensassi, almeno io, al fatto che mio padre non ci fosse praticamente mai, e quando c’era aveva da fare con una delle sue tante donne (ragazze, vista la palese e imbarazzante differenza di età).
Umberto, mio fratello, secondo me, invece, ci pensava eccome.
Poi Grazia è cresciuta, si è trasformata in una piccola e meravigliosa donna, di colpo, dopo una primavera molto fredda e un inizio d’estate sfolgorante, e niente è più stato come prima.
Do un calcio al ricordo di palla da tennis, e, facendomi strada nella vegetazione fitta e anarchica mi avvio verso la piscina. Questa invece è cintata da una rete metallica alta e nuova, l’acqua, non troppo pulita, verdastra, straborda quasi dal bordo, intorno non ci sono sdraio, né sedie, né tavolini, né niente. Il tutto appare desolato e immobile.
“L’hai visto?” chiede la voce di Umberto spuntato chissà da dove.
“Cosa?” domando.
“Non sai niente?” chiede ancora mio fratello, che è molto più alto di me, che sono un metro e settantotto, ma che sembra anche molto più vecchio di me.
“Non so niente di cosa?” domando ancora, continuando questo nostro dialogo fatto, per ora almeno, unicamente di domande.“Dell’ultima passione di nostro padre” dice.
“Direi di no” affermo categorico.
Umberto mi fa cenno, con un movimento del collo e della testa combinato con quello degli occhi e delle labbra, di osservare la piscina.
Mi avvicino ma non vedo nulla, e infatti dico: “Cosa dovrei vedere, perché c’è qualcosa da vedere immagino no!”
“Il coccodrillo” afferma sibillino Umberto.
“In che senso” chiedo non capendo.
“Nel senso che nella piscina ci vive un coccodrillo” dice mio fratello con un sospiro profondo che finisce in un sorriso sbilenco.
“Ma che dici?” chiedo, sicuro che mi stia prendendo per il culo, come facevamo da piccoli, tormentandoci in una serie di scherzi che in qualche modo ci tenevano uniti però.
“La nuova mania di tuo padre” afferma, e di colpo il padre diventa solo più mio.
Mi avvicino ancora, guardo meglio socchiudendo gli occhi per mettere maggiormente a fuoco e in effetti, in quell’acqua sporca, che sembra piena di mucillaggine, e chissà cos’altro, c’è la sagoma, molto grande, di quello che, a detta di mio fratello, e a questo punto non ho motivo di dubitare, di un coccodrillo. E potrebbe sembrare una cosa assurda, ma conoscendo mio padre, la cosa non è poi così tanto assurda: ma, invece, possibilissima.
“Domani verranno quelli della protezione animali, con esperti e mezzi idonei, e se lo porteranno via” sta dicendo Umberto.
Mi sono perso la lettura del testamento, ho delegato Umberto, il quale mi ha detto che la villa l’ha lasciata (e giustamente visto che è l’unico che è stato vicino a mio padre fino alla fine) a lui, ma che la dovrà vendere per pagate i debiti di mio padre con l’agenzia delle entrate, dato che mio padre aveva smesso di pagate le tasse da alcuni anni, per l’esattezza da quando era diventato leghista, o qualcosa del genere, e stava portando avanti una sua crociata di disobbedienza fiscale, che la casa a Forte dei Marmi l’ha lasciata a mio fratello, per lo stesso identico motivo di prima, e che l’unica cosa che mi ha lasciato mio padre è nel garage.
Abbandono Umberto davanti alla piscina e al suo coccodrillo e mi avvicino alla villa. Sono anni che non ci entro, e continuo a non farlo. Troppi ricordi, anche se molti sono buoni: ma non ho più voglia di ricordare.
Avrebbe bisogno di urgenti interventi di manutenzione la casa: appare cadente, quasi in stato di abbandono. Mi avvio verso il garage, e da una porticina di legno laterale entro. Il garage è enorme, ci stanno comode quattro macchine, ma ce n’è solo una, coperta da un telone nero, mi fermo, sospiro, e poi, molto lentamente scopro l’auto nascosta sotto il telone: è lei, la Porsche 911 Targa rossa col tettuccio nero e gli interni di pelle neri degli anni settanta. Non me l’ha mai fatta guidare. L’ho pregato un milione di volte, ma lui niente: la sua Porsche era solo sua, punto, su questo argomento non c’erano discussioni possibili.
“E’ l’unica cosa che funziona in questa casa” dice mio fratello che appare silenzioso alle mie spalle, e aggiunge “La usava tutti i giorni.”
Apro la portiera, lancio uno sguardo veloce a Umberto, mi siedo, mi lascio avvolgere dalla pelle nera del sedile, butto un occhio alle chiavi nel quadro appese ad un portachiavi a forma di coccodrillo d’oro. Mi sistemo meglio nel sedile, giro la chiave, accelero prima piano e poi sempre più forte, portando il motore su di giri. Lascio la macchina accesa, scendo, apro le porte, di legno, del garage, guardo mio fratello e sorrido lievemente amaro sospirando appena. Lui annuisce lentamente come a dire… non so bene cosa, e non ha importanza. Risalgo in auto, accelero ancora, innesto la prima ed esco lentamente dal garage. Mi fermo pochi secondi a guardare la villa e sgommando sullo sterrato lancio la Porsche il più lontano possibile da lì.

* L’autore:

ROBERTO SAPORITO È NATO AD ALBA NEL 1962. DOPO GLI studi di giornalismo ha collaborato con alcune riviste e giornali, occupandosi di arte contemporanea, per poi dirigere una galleria d’arte dal 1988 al 1996. Ha pubblicato raccolte di racconti, e romanzi, tra cui Harley–Davidson Racconti e Generazione di perplessiAnche i lupi mannari fanno surf e Il caso editoriale dell’anno. Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e su riviste letterarie e non, tra le quali: «Fernandel», «Kult», «Addictions», «Ellin Selae», «Freeway», «Il Foglio Letterario », «Il Segnalibro», «M – Rivista del Mistero», «DaLeggere», «Ciminiera», «Progetto Babele». Collabora con la rivista letteraria «Satisfiction» con una sua rubrica personale.

http://www.senzazuccheroblog.it/linedito-il-campo-da-tennis-di-roberto-saporito/

 

La scrittrice Lori Serra ha recensito oggi “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito

Roberto Saporito “Come un film francese”

Esce ora il  nuovo libro di Roberto Saporito “Come un film francese” per Del Vecchio Editore.

Due personaggi principali si incontrano e  “incastrano” il lettore nelle loro vite, che con fatica riesce a staccarsi dalle pagine.

Un professore che di “etica professionale” ne ha fatto un concetto a dir poco personale ed astratto, una studentessa che “stare nei limiti” non sa cosa significhi.

Con una scrittura secca,  decisa e scorrevole Roberto Saporito narra una storia che sembra banale ed è l’esatto opposto, di sentimenti estremi che fanno riflettere e che sembrano correre sui binari di un ottovolante impazzito.

Un libro che dà mille agganci ad altri autori ed ad altri libri, al punto che si sente la voglia e la volontà di andarli a leggere e come direbbe il professore del romanzo “leggerli tutti male non vi farebbe…”

In conclusione un libro che si legge tutto di un fiato, senza poter fare pause e che lascia aperte così tante porte che sembra di essere di fronte ad un film di Orson Welles.

recensione a cura di Lori Serra

“Senzaudio” ha recensito (oggi) il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese” (a cura di Gianluigi Bodi).

 ROBERTO SAPORITO – COME UN FILM FRANCESE

  • GIANLUIGI BODIINCHIOSTRO FRESCO27 MAGGIO 2015
    • E quindi, la conclusione a cui sono arrivato, è che se prendi le giuste distanze, se guardi le cose da una certa distanza, mettendole in prospettiva, qualsiasi vita può diventare un film. Pure la mia. Che di eccitante non ha nulla.
    • Che hanno in comune uno scrittore in crisi creativa, con alle spalle qualche libro e pochi soldi, una studentessa giovane, ricca e bella e una ragazzina ribelle? Come si arriva alla scena finale che coinvolge la tomba di Marcel Proust?
    • Lo potrete scoprire leggendo l’ultimo romanzo di Roberto Saporito” che si intitola “Come un film francese” e vi invoglierà a leggerlo con una bibita fresca in mano e i pop corn nelle vicinanze.
    • “Come un film francese” è un incastro di storie, quella dello scrittore e quella della ragazzina. Nel mezzo ci sono incontri, scappatelle e paranoie. Le paranoie soprattutto sono dello scrittore, che, se non bastasse, è pure un pelino sociopatico. Saporito racconta una storia, mescolando le voci dei protagonisti, creando un’armonia meravigliosa. Proprio come nei film, quando vi rendete conto che gli attori hanno un feeling particolare e tutto clicca a perfezione. Quei film con un budget limitato che diventano opere di culto e che riguardate ancora con affetto anche dopo venti anni.
      Presa da sola, ogni scena è un racconto perfetto. Anche letto così il libro ha il suo valore e la lettura è piacevole e coinvolgente. Poi però, fate due passi indietro, ricordate, due passi appena, mettete tutto in prospettiva e il quadro complessivo si delinea. Vite apparentemente distanti si influenzano, le persone si ibridano, si cambiano.
    • La scrittura di Saporito è primaverile, è una vera boccata d’aria fresca. Appena inizi a leggere il libro sei già catapultato dentro la storia, i personaggi ti risultano veri, con le loro idiosincrasie e i loro tic, ti risultano pure simpatici, anche se in fondo sono talmente distanti da te che potrebbero tranquillamente abitare un’altra galassia.
    • Il libro di Saporito scorre veloce, velocissimo, pure troppo. Se mi è permesso dirlo. Quando l’ho finito mi ha lasciato con l’amaro in bocca, ne volevo di più. E’ come avere sete e avere solo un goccio d’acqua per saziarla.
    • Questo libro è stato pubblicato dalla Del Vecchio editore. Non ho niente altro da dire. A buon intenditore poche parole.
    • Mi è stato detto che nei confronti di Maurizio Ceccato/Ifix mi sto comportando come una groupie. Allora esigo la T-shirt con il logo. La copertina del libro di Roberto Saporito, se fosse per me, la attaccherei al muro di casa.
    • ROBERTO SAPORITO È NATO AD ALBA NEL 1962. DOPO GLI studi di giornalismo ha collaborato con alcune riviste e giornali, occupandosi di arte contemporanea, per poi dirigere una galleria d’arte dal 1988 al 1996. Ha pubblicato raccolte di racconti, e romanzi, tra cui Harley–Davidson Racconti e Generazione di perplessiAnche i lupi mannari fanno surf e Il caso editoriale dell’anno. Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e su riviste letterarie e non, tra le quali: «Fernandel», «Kult», «Addictions», «Ellin Selae», «Freeway», «Il Foglio Letterario », «Il Segnalibro», «M – Rivista del Mistero», «DaLeggere», «Ciminiera», «Progetto Babele». Collabora con la rivista letteraria «Satisfiction» con una sua rubrica personale.
·      il link diretto alla recensione: http://senzaudio.it/roberto-saporito-come-un-film-francese/

 

 

“Kultural” ha recensito (oggi) il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Come un film francese”, (a cura di Paola Ferrero).

Come Un Film Francese

Scritto da Paola Ferrero.

C’è sempre musica nelle parole: è onnipresente in ogni pagina, ben più che un semplice sfondo.

La si sente nello scricchiolio della ghiaia poco prima della fine, nei passi sulle strade illuminate dai lampioni; è presente nell’abbigliamento casual mai troppo casuale di Lea e delle sue amiche, nel viaggio in maggiolone verso un nulla che nulla era anche alla partenza.

C’è tutta la decadenza di una società schiava di marchi e apparenze, tronfia delle sue etichette e dei suoi cliché, priva di limiti eppure fortemente limitata. È una resa al mondo, alla fatica di vivere il proprio ruolo e il proprio sogno fino alla fine, con la mancanza di stupore e curiosità di chi ormai ha visto tutto. E ci sono protagonisti in balìa del loro mondo, confusi e prigionieri di istinti e delusioni, travolti dalla vita: antieroi assoluti, disillusi e distruttivi. Il professore, che cede alla crisi creativa quando raggiunge lo status cui ambiva da una vita, si veste di un cinismo rassegnato e si lascia vivere; Lea, che appare come angelo ribelle e ragazzina viziata, precoce in tutto e piena di talenti sprecati.
E poi l’Italia e la Francia della Costa Azzurra, con quella vita mondana a cui il professore mal si adatta; il viaggio di Lea, confusa e arrabbiata, senza meta e senza tempo. Infine Parigi, con il suo fascino intramontabile, approdo di entrambi in un modo o nell’altro. Il tutto, narrato a due voci.

Non è una lista di ingredienti casuale, ma il pentagramma dell’ultima fatica letteraria di Roberto Saporito, la cui narrativa ha molto di musicale. Anzitutto il nitore della melodia. Quella dell’autore alle prese con il nuovo incarico di professore universitario, che si ritrova a insegnare scrittura creativa a giovani rampolli privi della sua passione per la letteratura, e che non leggeranno mai con la sua stessa fame di parole. Lui vive «di persone e cose che non esistono» se non nella sua mente, o in quella di chi gli somiglia, e vede in sé sintomi di sociopatia e la certezza di non piacere ai cani, e trova quiete nella carne giovane – e ricca – di Carlotta, una studentessa con l’ambizione di salvarlo e farlo tornare a scrivere. Lui, che pare seguire solo l’istinto, sopravvive ai suoi dubbi immergendosi dove può anche quando supera i limiti. Obbedisce senza troppa resistenza ai capricci delle giovani con cui si accompagna come trascinato dalla «parte sbagliata del corpo», atto di cui si ravvede solo all’ultimo istante.
Quindi Lea, diciassettenne complicata e inquieta, in costante fuga verso qualcosa di ignoto.
Ragazza facile, in apparenza per quel tipico moto di ribellione degli adolescenti, attenta al look quanto alla sua libertà. Orgogliosa della sua relazione col professore, offesa dal suo tradimento, presa da mille pensieri è «perplessa di fronte alle persone e al futuro». Ritrova una parte di sé che a lungo aveva represso – e ancora la spaventa – nel viaggio con l’amica Martina, senza riuscire a porsi un freno. Quel freno che nella teoria della lotta fra ragione ed istinto è la funzione della speranza.

Tre tempi, tre emisferi: lui, lei, loro. Ognuno con il suo punto di vista, senza fronzoli o indugi.
Descrizioni nitide e precise. Saporito usa l’ironia in modo impeccabile nel raccontare le ragioni di tutti senza innamorarsi dei propri personaggi, non concedendo loro il lusso della compassione. Si può sorridere nel leggere le impressioni del professore a lezione, ricordare la propria adolescenza turbolenta e confusa ma è difficile immedesimarsi, parteggiare per i protagonisti: li si osserva condurre le loro esistenze sino ad un finale inaspettato, come a volte sa essere la vita. Del resto, se ci si lascia vivere senza mai intervenire si perde l’opportunità di dare un senso alle azioni, ai gesti; se non si impara a riconoscere i limiti ci si concede ogni tipo di errore fino a quello fatale, per noi o per gli altri, ormai anestetizzati da una crudeltà a cui si è fatta l’abitudine.

Un racconto chirurgico, misurato, la cui pulizia dello stile è il valore aggiunto.
Mai banale né scontato, ricco di spunti e citazioni: Roberto Saporito riesce a raccontare un mondo intero in meno di centocinquanta pagine di musica, turbamenti, paesaggi ed empatie. Uno sguardo acuto sui difetti di una società intrisa di edonismo e narcisismo, tra falsi miti e una crisi culturale che ha la pretesa di ottenere ogni cosa senza sforzo e restare impunita davanti all’errore. Priva della consapevolezza che «le cose belle prima o poi finiscono, o trovi qualcuno che le fa finire».

Come Un Film Francese, di Roberto Saporito.

 

Del Vecchio Editore. Formelunghe, 2015

 

i l link diretto alla recensione http://www.kultural.eu/component/content/article/1091-come-un-film-francese

 


Da oggi è in distribuzione, nelle migliori librerie d’Italia, “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito

Da oggi è in distribuzione, nelle migliori librerie d’Italia, “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito 

http://www.delvecchioeditore.com/libro/cartaceo/204/come-un-film-francese

“Come un film francese”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito, Oggi sul settimanale “il Corriere / Alba, Langhe e Roero”

“Come un film francese”, Il nuovo romanzo di Roberto Saporito non è ancora uscito (sarà in libreria mercoledì 27 maggio) e già se ne parla…


- Roberto Saporito è l’unico scrittore italiano capace di scrivere storie interessanti che hanno come protagonisti gli scrittori e il loro mondo. Proprio come sanno fare alcuni grandi romanzieri americani.
“Come un film francese”, il suo nuovo libro in uscita, può considerarsi il rovescio della medaglia del “Caso editoriale dell’anno.” – (Nicola Vacca, critico letterario)

In anteprima la copertina definitiva (a cura di Maurizio Ceccato) di “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito, che sarà in libreria dal 27 maggio…


In anteprima la copertina definitiva (a cura di Maurizio Ceccato) di “Come un film francese” (Del Vecchio Editore), il nuovo romanzo di Roberto Saporito, che sarà in libreria dal 27 maggio…

Un racconto di Roberto Saporito (oggi) su “Zona di disagio”

Un racconto di Roberto Saporito (oggi) su “Zona di disagio”

https://zonadidisagio.wordpress.com/2015/03/02/un-racconto-di-roberto-saporito-3/

 

 

Un racconto di Roberto Saporito (oggi) sul lit-blog “Zona di disagio”

Un racconto di Roberto Saporito (nella foto) sul lit-blog “Zona di disagio”

http://zonadidisagio.wordpress.com/2014/12/25/il-bastone-racconto-di-roberto-saporito-2/

 

Oggi sul quotidiano “La Città” una bellissima recensione del mio libro di racconti “Generazione di perplessi” (Edizioni della Sera), a tre anni dalla sua pubblicazione…


Oggi sul quotidiano “La Città” (a cura di Simone Gambacorta)… una bellissima recensione del libro di racconti di Roberto Saporito “Generazione di perplessi” (Edizioni della Sera), a tre anni dalla sua pubblicazione…

Oggi su Poetarum Silva la terza puntata di “Mi ricordo gli anni Ottanta” di Roberto Saporito

Oggi su Poetarum Silva la terza puntata di “Mi ricordo gli anni Ottanta”, di Roberto Saporito: http://poetarumsilva.com/2014/09/21/roberto-saporito-mi-ricordo-gli-anni-ottanta-3/

Oggi su Poetarum Silva la seconda puntata di “Mi ricordo gli anni Ottanta” di Roberto Saporito

 

  1. Oggi su Poetarum Silva la seconda puntata di “Mi ricordo gli anni Ottanta”: http://poetarumsilva.com/2014/09/14/roberto-saporito-mi-ricordo-gli-anni-ottanta-2/

Il “piccolo” libro inedito di Roberto Saporito “Mi ricordo gli anni Ottanta”* verrà pubblicato su “Poetarum Silva” a puntate, le 4 domeniche di settembre (7 – 14 – 21 e 28), dalle otto del mattino.

Il ”piccolo” libro inedito di Roberto Saporito ”Mi ricordo gli anni Ottanta“*
verrà pubblicato su “Poetarum Silva” a puntate, le 4 domeniche di
settembre (7 – 14 – 21 e 28), dalle otto del mattino.

 

Questa
è la prima puntata…buona lettura (spero):

 

http://poetarumsilva.com/2014/09/07/roberto-saporito-mi-ricordo-gli-anni-ottanta-1/

 

 

*
questo “piccolo” libro è liberamente ispirato al libro di Matteo B.
Bianchi “Mi ricordo” (Fernandel, 2004), che a sua volta si è ispirato a un
libro di Georges Perec “Je me souviens” del 1978, e che a sua volta si ispira
al libro di Joe Brainard “I remember” del 1970 (da poco pubblicato in Italia).

L’idea
era semplice: una lista di memorie di poche righe, che iniziavano tutte con le
parole “I remember…” (Mi ricordo…).

Io
mi ricordo gli anni Ottanta…

Io
mi ricordo i “miei” anni Ottanta…

Un’intervista a Roberto Saporito pubblicata oggi su “Gli Amanti dei Libri”

Un’ intervista a Roberto Saporito pubblicata oggi su “Gli Amanti dei Libri” (a cura di Martino Ciano)
http://www.gliamantideilibri.it/a-tu-per-tu-con-roberto-saporito/

L’11 giugno 2015 sarà in libreria il nuovo romanzo di Roberto Saporito, lo pubblicherà Del Vecchio Editore

È ufficiale, l’11 giugno 2015 sarà in libreria il nuovo romanzo di Roberto Saporito, lo pubblicherà Del Vecchio Editore [ http://www.delvecchioeditore.com/ ]

 ]

Un testo di Nicola Vacca [critico letterario della Rivista "Satisfiction"] sul lavoro dello scrittore Roberto Saporito

 

Roberto Saporito è uno dei migliori scrittori della nostra narrativa. Per me è in assoluto il migliore. Vi invito davvero a leggere i suoi romanzi e soprattutto i suoi racconti. Roberto lavora ai suoi libri considerando sempre e comunque il punto di vista di chi lo leggerà. Racconta storie che hanno a che fare con esperienza e vissuto senza ma inventarsi nulla,ma semplicemente scava nell’universale insensatezza della condizione umana sottolineando perplessità e dubbio di un modus vivendi che tutti ci coinvolge. Uno scrittore deve necessariamente essere nel suo tempo senza prendervi assolutamente parte. Roberto questo lo fa egregiamente con le sue storie provvisorie di letteratura e di vita. Leggetelo anche voi e non sarete più gli stessi. Gli scrittori veri a questo servono. A cambiare radicalmente i lettori nel bene e nel male ma anche al di là del bene e del male. Perché quello che conta quando chiudiamo un libro è cercare di capire se le pagine scritte fanno parte di noi. Con i libri di Roberto questo accade. Ma lui è uno scrittore vero.

 

[testo di Nicola Vacca critico letterario della Rivista di Milano “Satisfiction”, 16 maggio 2014]

“Appuntamento con il Male” dal 28 aprile in libreria, la prima antologia del nuovo noir torinese (con un racconto di Roberto Saporito)


“Appuntamento con il Male” dal 28 aprile in libreria, la prima antologia del nuovo noir torinese (con un mio racconto). A cura di Fabrizio Fulio- Bragoni. Da un’idea di Paolo Roversi.
Titolo del libro: “Appuntamento con il Male”
Autori: Cristiana Astori, Rocco Ballacchino, Giorgio Ballario, Fabio Beccacini, Andrea Borla, Piero Calò, Fabrizio Fulio- Bragoni, Alessandro Perissinotto, Roberto Saporito, Luca Rinarelli, Massimo Tallone, Sara Tedesco, Silvio Valpreda.
Editore: Novecento Editore
Data Pubblicazione: 28 aprile 2014
In tutte le librerie

L’intervista allo scrittore Roberto Saporito alla Radio Svizzera Italiana alla trasmissione “La valigia dei libri” dedicata al romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (a cura di Rossana Maspero)

Il caso editoriale dell'anno!
Come arricchirsi scrivendo libri
di Rossana Maspero
“Il caso editoria dell’anno” pubblicato dalle edizioni Anordest e firmato da un Anonimo è in verità dello scrittore  Robeto Saporito.
Una copertina con Red Carpet, limousine e grattacieli che evocano New York alle spalle, completano iconicamente il libro definendo alla perfezione il contenuto.
In fatti il breve romanzo narra la storia di un scrittore che- stanco di scrivere per minuscole case editrici e stanco di rifiuti- si affida ad un’agente letteraria.
Sta scrivendo faticosamente il suo romanzo e in una pausa tra una ricerca di ispirazione e l’altra, butta giù un noir travestito da romanzo esistenziale che lui stesso considera robaccia mediocre, quasi una provocazione; lo affida per gioco all’agente che nel giro di poche settimane trova un grande editore disposto a pubblicarlo, ne farà Il caso editoriale dell’anno, per l’appunto!
Seguono successi, premi letterari, festival, mondanità, disponibilità di fan e giovani donne, traduzioni nelle lingue più improbabili, milioni di coppie vendute in tutto il mondo e tanto denaro: denaro che si moltiplica in modo esponenziale sul suo conto bancario senza che lui faccia nulla!
È indubbio che Saporito qui esercita tutto il sarcasmo e l’ironia possibile nei confronti del mondo editoriale: dal comportamento dell’agente, ai premi letterari più o meno fasulli, ai festival e le loro dinamiche perverse, al mercato del libro: ma quanto l'autore ( che per qualche mese si è fatto credere anonimo)  ha forzato, esasperato rendendolo grottesco le bassezze e delle ipocrisie che governano  il mondo editoriale, e quanto invece rispecchia la realtà?
Lo scopriamo in quest'intervista (alla Radio Svizzera Italiana) per La valigia dei libri di giovedì 3 aprile.

http://reteuno.rsi.ch/home/networks/reteuno/La-valigia-dei-libri/2014/03/28/gio-3-aprile.html#Audio

Oggi su “Gazzetta Torino” una recensione/intervista dedicata romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno”

Oggi su “Gazzetta Torino” una recensione/intervista dedicata romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno”

Il link diretto:

http://www.gazzettatorino.it/il-caso-editoriale-dellanno-il-romanzo-di-roberto-saporito/?utm_medium=facebook&utm_source=twitterfeed

 

“Tennis”, un racconto inedito di Roberto Saporito, sul quotidiano “La Città” oggi in edicola

Racconto
di Roberto
Saporito
*

Titolo
del racconto: “Tennis”

La vostra preoccupazione per ciò che
gli altri pensano di voi

scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.”

(David Foster Wallace “Infinite Jest”)

 

Lancio la pallina e la colpisco con
un piccolo ritardo nella discesa. Una mia battuta tipica, un mio tratto
distintivo.

Jim
la colpisce come può e la rimanda, alta, nella mia parte di campo.

La
colpisco, forte, di dritto, e la infilo, in un passante lungolinea, dove Jim
non riesce ad arrivare.

Punto.

Trenta
a quindici.

Il
pubblico applaude, benevolo.

Batto,
e viene fuori un “ace”, involontario, non mi era sembrato di averla colpita
tanto forte la pallina.

Jim,
tentando invano di prenderla, cade a terra.

Punto.

Quaranta
a quindici.

Il
pubblico esulta, adesso.

Batto.
Jim risponde molto forte e profondo a effetto.

Ribatto
con altrettanta forza angolandola.

Jim
la prende e la rimanda indietro molto alta.

Schiaccio
e la pallina si fionda nella parte di campo dove Jim può solo osservarla,
costernato, battuto.

Gioco.

Applausi ancora più rumorosi e lunghi da parte del pubblico che a questo punto ormai mi idolatra, mi ama, senza riserve.

Jim
batte.

La
manco in pieno, la mia racchetta raccoglie solo aria.

Cazzo.

Jim
batte. “Ace”. Molto violento e veloce. Non la vedo neanche la palla.

Cazzo.

Il
pubblico applaude e urla, ma questa volta a beneficio di Jim.

Jim
batte e io colpisco la palla quasi in anticipo e la spedisco in un profondo
passante incrociato inarrivabile.

Jim
trenta, io quindici.

Jim,
con la sua faccia, nera, da gangsta rapper, barbetta e corti capelli ricci,
batte molto forte.

Colpisco
la pallina altrettanto forte e la seguo a rete. Jim ribatte come può, io la
tocco appena, un “drop-shot”
che lo sorprende. Punto.

Trenta
pari.

Mi
piace molto il tennis. Mi piace perché io sono l’unico responsabile del gioco,
se sbaglio è unicamente colpa mia, se faccio punto è solo merito mio. Mai
piaciuti i giochi di squadra, l’affiatamento tra compagni che hanno il medesimo
scopo, una sola missione, non fa per me, io sono un orso, un lupo solitario, un
individuo al limite della sociopatia. Mai fatto squadra io, nello sport, ma
anche nella vita. Soprattutto nella vita.

Jim
batte.

Io
rispondo molto profondo imprimendo una rotazione in avanti. Jim fa altrettanto.
Io cambio, anticipando il colpo, il gioco. Jim corre ma arriva tardi alzando un
gran polverone.

Trenta
a quaranta.

Il
pubblico, tutto in piedi, mi applaude e sorride complice: mi amano senza
riserve.

La
cosa bella dell’idolatria del pubblico è che non ci può essere reciprocità:
loro mi amano, io, non necessariamente. Non è prevista proprio la reciprocità e
a loro va benissimo così. E a me anche, naturalmente.

Jim
batte.

Ribatto
corto.

Jim
attacca sotto rete.

Io
lo passo con un colpo parallelo alla linea del fuori, alla sua destra, ma
lunghissimo, inarrivabile.

Il
pubblico esplode, non si contiene più ora.

Ho
vinto, come al solito. Sono molto bravo, quasi imbattibile. Quasi. Ma mi alleno
anche molto.

Il
tennis è il mio sport. Non ci sono dubbi.

Appare
il punteggio sul tabellone, con un’allegra musichetta.

Sorrido,
poso quella che dovrebbe essere una racchetta e spengo la Wii.

Poi
spengo la televisione: una cosa enorme, nera, dai pollici incalcolabili.

Risistemo
il divano, raddrizzo il tavolino antico di noce chiaro, mi sposto alla mia
scrivania, anche lei antica ma di mogano, e accendo il computer.

L’idea
è quella di scrivere un racconto su un tipo che gioca a tennis con la Wii.

 

*
L’autore:

Roberto
Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha
pubblicato due raccolte di racconti: “Harley-Davidson Racconti” e
“H-D / Harley-Davidson, deserti e moderni vampiri” (Stampa Alternativa Editore,
1996 e 1998, vendendone ventimila copie), i romanzi:  “Anche i lupi
mannari fanno surf” ( Robin Edizioni, 2002), “Eccessi di realtà /
Sushi Bar” ( Gruppo Editoriale Marche, 2003),
“Millenovecentosettantasette / Fantasmi armati” (Besa Editrice,
2006), “Carenze di futuro” ( Zona Editrice, 2009), “Il rumore della terra che gira” (Perdisa
Pop
, settembre 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi),
“Anche i lupi mannari fanno surf (Remix)” (Senzapatria Editore, dicembre 2010)
e nel 2011 un altro libro di racconti “Generazione di perplessi” (Edizioni
della Sera, maggio 2011, quarta di copertina di Marco Vichi). A
febbraio 2013 ha pubblicato il libro “Un’educazione parigina” (Perdisa Pop,
nella collana ePop diretta da Antonio Paolacci).

A
luglio 2013 ha pubblicato il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come
“Anonimo”) con Edizioni Anordest (
http://www.edizionianordest.com/
)

Nel 2015 uscirà il suo nuovo romanzo.

Suoi
racconti sono stati pubblicati su antologie: “Ultimi Morsi” (Ghost Edizioni,
2002),  “Oltre il Reale” (Edizioni Malatempora,
2002),  “Brividi Neri” (Edizioni Terzo Millennio, 2003),
“L’IRA – i vizi capitali” (Giulio Perrone Editore, 2009), “Crimini di
piombo” (Laurum Editrice, 2009), “Nero Piemonte e Valle d’Aosta”
 (Giulio Perrone Editore, 2010),  e su innumerevoli  Riviste
Letterarie (tra le quali “Fernandel”, “Kult”, “Addictions”, “Ellin Selae”,
“Freeway”, “Il Foglio Letterario”, “Il Segnalibro”, “M – Rivista Del Mistero”,
“DaLeggere”, “Ciminiera”, “Progetto Babele”, “Stilos”, “La poesia e lo
spirito”, “Ad Est dell’Equatore”, “Thriller Magazine”, “Website
Horror”, “Il paradiso degli orchi”, “Argo” “Satisfiction”).

A ottobre 2004 è stato
invitato al Festival Letterario “Letteraria” a Pistoia, tra gli scrittori
invitati: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini, Loriano
Macchiavelli, Massimo Carlotto, Luca Crovi.

A giugno 2007 è stato
invitato al Festival Letterario Lib[e]ri 2007 di Teramo, tra gli scrittori
invitati: Marco Lodoli, Erri De Luca, Walter Siti, Giovanni D’ Alessandro,
Paolo Grugni.

È membro del comitato
scientifico del Festival Letterario “Letture Corsare” che si tiene ad
Alba (CN).

Collabora con la Rivista
Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/
] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo
romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di
una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso
sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa
italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto
Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni,
di 
Giorgio
Scerbanenco
Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

 

Il parere, autorevole, di Umberto Rossi (firma della Rivista Letteraria Pulp Libri, che, purtroppo, non esiste più), sul romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno”

“Libro cinematografico. Non perché parli di cinema: perché mentre lo leggi ti vedi già in testa le scene del film. Una vera commedia all’italiana di quelle di una volta, amara, vagamente surreale, ben messa a fuoco. Grottesca al punto giusto.”  (il parere, autorevole, di Umberto Rossi (firma della Rivista Letteraria Pulp Libri, che, purtroppo, non esiste più), sul romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” Edizioni Anordest )

“La Bottega di Hamlin” ha recensito il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest)

Il link diretto alla recensione: http://www.labottegadihamlin.it/news/7308-il-caso-editoriale-dellanno-una-stupidaggine.html

“Il Fatto Quotidiano” ha recensito il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” – Edizioni Anordest

“Il Fatto Quotidiano” ha recensito il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno”
– Edizioni Anordest, (a cura di Lorenzo Mazzoni).

Libri: ‘Il caso editoriale dell’anno’, la
mediocrità diventa talento

di Lorenzo
Mazzoni
  |  9 febbraio
2014

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

“Dopo
una settimana arriva una e-mail della mia agente il cui succo era pressappoco:
è la cosa più bella che hai scritto, bravo. Incredibile, quella sorta di Bridget Jones degli
scrittori vanesi
 (di questo si trattava) era la cosa più bella
che avessi mai scritto? Ridicolo, era una emerita cazzata, una boiata infame,
una cosa scritta per rilassare la mente dal libro che avevo in mente di
scrivere e del quale stavo organizzando scalette e ricerche da fare e persone
da interpellare e organizzazioni gerarchiche dei personaggi. Dopo due settimane
la mia agente ha firmato un contratto editoriale per quel libro con il più
importante editore italiano, con un anticipo di diecimila euro e una tiratura
di diecimila copie.”

Naturalmente
non finisce qui, lo scrittore che ha dato in pasto al suo agente il libro
mediocrearriverà a
vendere milioni di copie
, a essere tradotto in tutte le lingue del mondo
(anche in quelle morte), a essere invitato a fiere e festival planetari, ad
andare a letto con dee e ninfette, a comprarsi case, ad accumulare soldi. Un
miliardario, grazie al
proprio non-talento.
 È la storia narrata ne “Il caso editoriale dell’anno di Anonimo (si tratta dello scrittore albese Roberto
Saporito), pubblicata da Edizioni Anordest.

Una critica feroce e veritiera al mondo editoriale, non solo italiano, che ormai basa le sue
deboli fondamenta sulle penne di scribacchini da televisione, reality patetici,
cuoche con la fregola della macchina da scrivere e calciatori affiancati da
ghost-writer che gli fanno da assistenti sociali. Roberto Saporito è bravissimo
a ricreare la prosa di un uomo mediocre (il romanzo è scritto in prima
persona), capace, nonostante aspirasse a comporre il 

Grande
Romanzo, di scrivere quello che lui è: una scatola vuota di bell’aspetto.

“Scrivere
è un lavoro come un altro, continua a dire lo stesso scrittore. Non è vero:
scrivere per vivere è un privilegio. Scrivere (e guadagnandoci, e magari
guadagnandoci parecchio), non è affatto come fare l’avvocato o il benzinaio o
l’assicuratore o l’agricoltore, scrivere è una cosa che HAI e non una cosa che
si IMPARA a scuola o a bottega. Scrivere è come una malattia alla quale non si
è ancora trovata una cura, un virus che attacca molta gente, ma che è benigno
in rarissimi casi. I portatori sani del virus della scrittura sono quelli che
hanno veramente qualcosa da scrivere: non VOGLIONO scrivere, ma DEVONO
scrivere: è diverso, molto diverso.“

E così,
tra sbronze, party, ragazze dalle gambe lunghe affascinate dallo scrittore
perché è “arrivato” e non per quello che dice, giri a bordo di una macchina
inutile se non in un set di guerra, l’incapacità di essere qualcosa di più di
un oggetto, il protagonista avanza, ciondola, gigioneggia verso un trionfo
sempre più grande, e sembra di vederlo (con un aspetto diverso in realtà gli
alter ego del personaggio costruito da Saporito li vediamo tutte le settimane
in sa

lotti
radical chic televisivi, a sputacchiare futilità con la benedizione di editori
compiacenti).

Impietoso
anche il giudizio sui lettori e sui festival: “Arrivo davanti alla sede della
Fiera del Libro di Torino dove una marea di gente si riversa alle casse
dell’ingresso, una marea di gente che ti fa chiedere com’è possibile che in
Italia si legga così poco, quando tutta questa gente fa la coda (e paga un
biglietto! Paga dieci euro!) per entrare in un’enorme libreria (che è quello
che è la Fiera del Libro): che siano tutti qui i lettori in Italia? Che
ammassati tutti insieme siano tantissimi, ma spalmati sul territorio nazionale
siano invece un numero irrisorio, che fa precipitare l’Italia in basso,
bassissimo, nella classifica dei paesi che leggono libri? Tipo che i lettori
contenuti in un unico condominio di Parigi sono di più di quelli che vivono in
tutta Italia?“

Oltre all’idea intelligente dell’autore ho trovato intelligente la veste
editoriale
: “Il caso editoriale dell’anno” ha probabilmente una delle copertine più
brutte che io abbia mai visto, ma è la copertina giusta per questa storia. Fateci caso, generalmente i libri di
globale successo hanno cover che sembrano realizzate da qualche anormale.
Difficile che i mediocri da salotto tv che vendono milioni di copie delle loro
idiozie abbiano la possibilità di un “vestito” alla Saramago, Khadra, Johnson,
Kundera, Simenon (sono solo esempi). Mettere una copertina, appunto, da caso
editoriale, a un libro che vuole criticare questa logica mi sembra vincente. Il
contenuto, comunque, vale la pena leggerlo. È una storia coraggiosa,
divertente, ironica e terribilmente plausibile.

Che dire di più? Rimane la paura per
chiunque scriva, e debba fare altri mille lavori per campare, di raggiungere un
successo stellare e trovarsi poi, come il protagonista di questo romanzo, ad
avere un’amnesia da pagina bianca: “Non sto scrivendo proprio nulla, è
assolutamente vera quella frase che non ricordo più chi diceva e che
pressappoco recita ‘Si passa dal non avere abbastanza soldi per scrivere un
libro ad averne troppi per mettersi a scriverlo’, è così, da quando ho
cominciato a guadagnare una montagna di soldi, non sono riuscito a scrivere più
nulla.“

 

Il link diretto alla recensione:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/09/libri-il-caso-editoriale-dellanno-come-si-trasforma-la-mediocrita-in-talento/875138/

“Liberi di Scrivere” ha recensito (oggi) il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno”

:: Recensione di Il caso editoriale dell’anno –
Anonimo* (Edizioni Anordest), 2013

Vi propongo un gioco. Una piccola
licenza creativa da critico dilettante, postmoderna, ebbene sì il gioco, il
divertissement è terribilmente postmoderno, come le citazioni colte, i rimandi,
gli scambi di persona, i doppi, le assenze, le sparizioni. Discutevo di
postmodernismo con un amico, che in modo acuto e neanche troppo esagerando,
definiva la nostra epoca, con crisi e disperazione generalizzata, un’ epoca da
tragedia, non da dotti equilibrismi intellettuali. Ma in fondo si può parlare
di cose serie scherzando, e mascherare (cos’altro un autore fa se non questo)
la realtà, a volte squallida, desolata, gretta, con la calda luce
dell’intelligenza.

Il gioco che vi proponevo di fare poc’anzi è di continuare a considerare
anonimo l’autore di questo libro, Il caso editoriale dell’anno, (anche
se il mistero è stato svelato, sebbene in che modo non so, forse anche questo
meriterebbe una storia a sé) e perciò non ne farò il nome, anche se è un testo
così personale, così ricco di impronte narrative, che per chi conosce questo
autore, avendo praticato da lettore il suo mondo, anche senza disvelamenti, o coups
de théâtre,
l’identità è certa.

Quindi mi riferirò all’autore come all’Anonimo, in un gioco di identità
fittizie, presunte, di immedesimazioni, non troppo vertiginose, di scambi di
persona, perché non fatevi abbagliare dalla patinata apparenza, questo libro, a
dire il vero assai sottile, scritto con tono spumeggiante e marcatamente
autoironico, è più profondo e serio di quanto volutamente voglia apparire. Si
parla di identità, fittizie o reali, si parla dei concreti dubbi, paure,
speranze, insicurezze che affliggono uno scrittore, che sia mediocre o geniale
poco importa.

Sì, certo è una satira del mondo editoriale italiano, (e il passatempo
vagamente sadico di chi sarà chi, chi avrà ispirato quale personaggio, può
cadere in derive che credo l’autore non desidererebbe), un pamphlet metafisico,
travestito da romanzo, con personaggi, dialoghi, scenari riconoscibilissimi e
volutamente ricercati. Lo stile è elegante, raffinato e lievemente eccentrico,
come sono i gusti di uno scrittore che veste sempre di nero, che ama autori
come Nooteboom su tutti, o Amis, Houellebecq, DeLillo, McInerney, o ascolta
musica volutamente poco commerciale ma dal fascino indefinito.

Stranamente fino adesso ho parlato poco del libro e molto dell’autore,
rimedierò dicendo che è scritto in prima persona, al presente. Narra il
successo improvviso e immeritato(forse) di uno scrittore abituato fino ad un
istante prima a porte in faccia e a bazzicare il purgatorio (economico) della
piccola editoria. Poi il colpo di genio: cercarsi un agente, mediamente onesto,
brillante, conoscitore delle regole del gioco, e da quel momento si aprono per
lui le porte dorate della grande editoria, delle fiere letterarie, dei premi,
delle presentazioni in università prestigiose o in grandi librerie.

Traduzioni in tutte le lingue del mondo, soldi a palate, donne pronte a tutto per
compiacere il grande autore, il miraggio del Nobel, ma come nel Faust
c’è un prezzo da pagare quando si avverano i sogni più spinti di un uomo (uno
scrittore) e in un certo senso si vende l’anima alle regole del business. Il
prezzo che il nostro paga è prima l’insicurezza e poi il prosciugamento della
sua vena creativa, l’incapacità di scrivere anche solo una pagina decente.
(L’esempio di scrittura dello scrittore superfamoso, è faticosa, davvero,
spezzata per stile e contenuti, dal resto del romanzo. Della serie so anche
scrivere in modo noioso. Attenti.) Un contrappasso ben crudele, più doloroso
del cinismo e del sarcasmo di un romantico che guarda un mondo che vorrebbe
migliore, con debolezze e mancanze.

In un cameo, Luigi Bernardi, colto nel suo volto più schivo e refrattario al
presenzialismo tout court (e non ostante questo credo sarebbe stato felice di
comparire in questo romanzo.)

*Roberto Saporito

 

Il link diretto alla recensione: http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/01/07/recensione-di-il-caso-editoriale-dellanno-anonimo-edizioni-anordest-2013/

Oggi su “Musicaos” la recensione al romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno”


“Roberto Saporito è il caso editoriale dell’anno.”
di Luciano Pagano
La prima volta che ho incontrato la scrittura di Roberto Saporito è successo quasi per caso. Collaboravo, una decina di anni fa, per una casa editrice nella quale oltre che a svolgere sporadicamente il lavoro di editing su testi tradotti da altre lingue, mi occupavo anche della schedatura di manoscritti e proposte editoriali. Mi imbattei, allora, in una storia che raccontava il passato prossimo e il presente incerto di personaggi che provenivano dall’ambiente della lotta armata.
Il romanzo in questione, poi pubblicato, presentava una nota che spiccava sulle altre caratteristiche, ovvero sia la capacità di raccontare l’animo dei personaggi nell’essenzialità di una narrazione senza orpelli, con uno stile maturo. I caratteri e i sentimenti comparivano nella giusta misura dei vari ruoli, le diverse scene, in sequenza, erano iscritte in un affresco omogeneo, dove una storia inaspettata riusciva a intrattenere e allo stesso tempo coinvolgere il lettore.
Tutti elementi presenti nelle successive prove di Roberto Saporito, che ho imparato, romanzo dopo romanzo, ad apprezzare per le doti di autentico story-teller. Un percorso inconsueto, il suo, proposto con cura e dedizione al raccontare, che fa di lui un autore vero e indipendente. Prima ancora di proseguire in questa analisi, senza citarli uno per uno, mi sento di suggerirvi la lettura di tutti i suoi romanzi, magari a partire dai più recenti: “Carenze di futuro” (Zona, 2009), “Il rumore della terra che gira” (2010, Perdisa Pop), i racconti di “Generazione di perplessi” (2011, Edizioni della sera), senza dimenticare l’ebook “Un’educazione parigina” (Perdisa Pop).
“Il caso editoriale dell’anno” (edizioniAnordest), sia per il lettore che per lo scrittore, è uno shock all’ennesima potenza, dove Saporito sfrutta al meglio le sue potenzialità di padrone del ritmo narrativo. Ci sono la virulenza e la rapidità di Bret Easton Ellis, la crudezza di Charles Bukowski, il disincanto e la ‘dipendenza’ dalla scrittura di John Fante, l’impossibilità di ogni artista onesto, letterario o meta-letterario, nel riuscire a fare a comando ciò che gli potrebbe riuscire solo naturalmente: scrivere e vivere.
Questa storia infatti è intrattenimento puro, è la dimostrazione di ciò che si può scrivere quando ci si accosta a una trama con un’esatta cognizione dei propri mezzi e, allo stesso tempo, di ciò che si vuole trasmettere al lettore, uno spaesamento e un’inadeguatezza che bandisce da subito quell’atteggiamento confortante da giudice super partes della vicenda osservata.
C’è una frase mancante, a mio parere, tra il frontespizio e l’incipit di quest’opera, un viatico, un disclaimer, un “allacciatevi alle cinture”, che viene spontaneo invocare dopo nemmeno cinque pagine di vortice narrativo. Nel suo ultimo romanzo Roberto Saporito presenta in sequenza tutti i momenti della catarsi ideale di uno scrittore italiano contemporaneo. Il protagonista, in partenza, è un autore di romanzi interessanti ma modesti, usciti con piccoli editori, e si dedica alla scrittura di un ‘capriccio’ letterario, senza neppure crederci troppo.
Ciò che gli accade è inaspettato, proprio il romanzo in cui crede di meno gli apre le porte di un successo incontenibile, e, specie agli occhi dello stesso autore, privo di merito. Ciò che succederà, in sequenza, è un’autentica giostra di situazioni, così verosimili, così plausibili, che nessun lettore (o scrittore), volente o nolente, leggendo questo romanzo, non può non riconoscerne qualcuna che gli sia realmente accaduta. Quello che ne consegue è un viaggio in un circo non più circuito letterario, una giostra, un inferno a gironi multicolori, accompagnato e condiviso con gli incontri del destino.
È questa la dimensione in cui Roberto Saporito esterna un’altra caratteristica, così rara nella recente narrativa italiana, ovvero sia lo ‘spasso’, quel naturale gioco di invenzione autoriale che si traduce in distacco da ciò che si racconta, e ottiene un’immediata adesione da parte del lettore.
“Il caso editoriale dell’anno” è, con molta probabilità, uno dei romanzi più riusciti di questo 2013, riuscito nei tempi e riuscito nella distanza dalla materia narrata, figlia di una vicinanza estrema alla stessa unita a una capacità immediata di far presa sull’attenzione e la curiosità di chi legge.
Ma soprattutto è riuscito, il libro di Saporito, perché arriva con leggerezza dove altri autori, pur con ottime premesse, non hanno ottenuto lo stesso effetto; penso ad esempio al romanzo di Antonio D’Orrico, “Come vendere un milione di copie e vivere felici”, uscito nel 2010. Di recente Marco Cubeddu, con il suo romanzo di esordio, “C.U.B.A.M.S.C.” ha giocato una carambola simile, anche essa altrettanto azzardata e vincente.
Roberto Saporito qui si confronta con i suoi miti, i suoi colleghi, le sue nemesi, è una dimensione metaletteraria, la sua, in cui leggiamo una fotografia divertita, scritta da un autore che ha percorso ‘palmo a palmo’ l’industria culturale, e che qui rimescola le carte nell’invenzione. Il risultato è semplicemente, mi ripeto, spassoso, molto al di là delle premesse ‘esistenziali’ contenute in quarta di copertina. Saporito è un autore completo che, al momento presente, può permettersi il privilegio di tradurre in scrittura la realtà, un desiderio che non tutti gli scrittori sono capaci di attuare così spesso e in così tanti luoghi della propria produzione.
Interessante anche la possibilità di scarto offerta dall’anonimato, per rimescolare le identità del proprio sé autoriale, mettendosi in gioco da zero, al puro giudizio del lettore, non solo critico, ma anche umano. Una prova riuscita e un romanzo che è capace di tenere banco dal solstizio d’estate al solstizio d’inverno, in una stagione insolitamente lunga per i tempi (letterari) che corrono.
Il caso editoriale dell’anno, Anonimo, edizioniAnordest, €12.90, isbn 9788896742839

il link diretto alla recensione: http://lucianopagano.wordpress.com/2013/12/22/roberto-saporito-e-il-caso-editoriale-dellanno/

Lo scrittore Roberto Saporito sul quotidiano L’Arena di Verona di ieri…

Il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” oggi su L’Arena di Verona



Il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest) oggi su L’Arena di Verona…
Il link diretto alla recensione:

http://www.larena.it/stories/Cultura/609804_virt_dello_scrittore__capire_quando_cessare_di_scrivere/

Grazia Giordani ha recensito il romanzo dello scrittore Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest)


Il caso editoriale dell’anno
Pubblicato 13 dicembre 2013
Potrebbe apparire una furbata – e forse un po’ lo è – intitolare un libro Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, pp.206, euro 12,90), per di più di autore Anonimo, tanto per rinfocolare la curiosità, invece si tratta di un romanzo godibilissimo. E, adesso che Roberto Saporito ha perso l’anonimato, venendo allo scoperto, non possiamo che congratularci con lui per la commedia esistenziale che ha saputo imbastire in un metaromanzo (Pirandello docet coi suoi Sei personaggi in cerca d’autore) in cui questa volta lo scanzonato scrittore scrive scrivendoci, volutamente ipertrofico nelle situazioni descritte, ma prosciugato nel linguaggio minimalista. Mordace, fulmineo, attraversato da schegge di perfidia che lo rinvigoriscono, assistiamo, sorridendo , all’avventura di uno scrittore (lo stesso Saporito, con volute iperboli?) divenuto famosissimo, grazie alla scrittura del suo ultimo romanzo – a suo avviso di poco conto, rispetto a precedenti, testimonianza di vero talento – improvvisamente assurto alla categoria dei divi, quelli osannati, cui tutto è concesso, con agenti letterari che prima lo schifavano e ora lo cercano affannosamente, proprietario di un’auto megalattica nella cilindrata, irrorato da continue libagioni dei più raffinati champagne, vezzeggiato da seducenti fanciulle. Le vendite del suo libro crescono in maniera esponenziale, cineasti e registi lo rincorrono. Sale, sale, sale vertiginosamente lungo la scala del successo sempre più immeritato e facile, ma è proprio qui che l’attende l’insidia della perdita d’ispirazione. Valium e champagne si fanno impotenti a risvegliare in lui il demone della scrittura. Un sussulto etico, una voglia di pulizia morale forse sta attraversando la coscienza di questo scrittore graziato da un falso ed immeritato successo. Ah ! se simile grazia toccasse cuore e penna di troppi nostrani di cui qui non facciamo ora il nome. Sappiamo ben che questo miracolo avviene solo nei romanzi, perché scrivere non è un mestiere, è un dono, come quello del musicista, dell’artista in tutti i campi. Non bastano mille scuole di scrittura a rendere eletta una penna, pronta a dare una svolta alla letteratura, proponendoci il nuovo con intelligente originalità. L’Anonimo-Saporito, in chiusura della narrazione, rileggendo un suo racconto, prende coscienza di aver scritto ‹‹un improbabile romanzo alla Bret Easton Ellis, di quando andava alle elementari, forse››. E, con un rigurgito di onestà, preme il tasto Canc ed elimina la sciocchezza che aveva scritto. Sorridiamo con amarezza leggendo l’intelligente e spietata critica di un autore che sa fare così bene satira sull’ambiente editoriale, in un gioco postmoderno sull’idea stessa di sparizione, visto che scopriamo a posteriori, dopo giorni, chi è l’autore Anonimo che ha saputo così farci interessare, con una levitas che non è leggerezza, ma pregevole capacitò critica ed autocritica. Abbiamo sorriso un po’ immalinconendoci. E la capacità di creare questo ossimoro letterario, ci è parso essere uno dei maggiori pregi di uno scrittore che sta facendosi sempre più notare per le sue reali ed originali capacità artistiche.
Grazia Giordani
Il link diretto alla recensione:

http://giornalistacuriosa.wordpress.com/2013/12/13/il-caso-editoriale-dellanno-2/

il quotidiano “La Città” ha pubblicato (oggi) un’intervista a Roberto Saporito (intervista a cura del critico letterario Simone Gambacorta).


Cultura
L’Anonimo diventa un caso editoriale
Roberto Saporito parla del suo romanzo e del mondo dell’editoria:
«La scena letteraria italiana è autoreferenziale e lontana dalla gente»
Simone Gambacorta
Con “Il caso editoriale dell’anno”
(Edizioni Anordest, pp.
206, euro 12,90), pubblicato in
forma anonima, Roberto Saporito,
che solo in un secondo momento
ha rivelato la paternità
del romanzo, ha offerto ai lettori
un viaggio nel dietro le quinte
dell’editoria italiana. Al centro
della storia c’è infatti uno scrittore
che vede diventare un suo
libretto un bestseller e che scopre
il mondo aureo dell’industria
culturale italiana. Fiction, certo,
ma una fiction credibile come
una verità. Abbiamo rivolto a
Saporito alcune domande.
Perché hai deciso di scrivere
un romanzo anonimo?
«In verità una caratteristica di
tutti i miei romanzi, a partire dal
primo del 2002, è che il mio
protagonista è sempre anonimo,
e questa volta giocando anche
su questo fatto si è deciso – insieme
con l’editore – di rendere
anonimo perfino l’autore
“reale” del romanzo, in un gioco
- serissimo – postmoderno sulla
scomparsa dello scrittore del
testo».
Ti sei divertito?
«In effetti mi sono divertito
molto – e lo si intuisce anche
leggendolo: alcuni recensori
hanno sottolineato questo fatto -
e mi sono divertito perché scrivendolo
“nuotavo” in acque che
conoscevo molto bene: e alla
fine è venuto fuori un libro dove
si ride anche, dove l’ironia è una
presenza costante, ma dove la
commedia però si trasforma rapidamente
in dramma e nuovamente
in commedia, spiazzando
il lettore ma anche – e soprattutto
- chi l’ha scritto».
L’anonimato ti ha dato più libertà?
«Nel senso di “fare nomi e cognomi”
no, li avrei fatti comunque:
questo è un romanzo di
finzione, non la realtà, infatti
“Questo libro è un’opera di fantasia.
Nomi, personaggi, luoghi
e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione
dell’autore o
sono usati in modo fittizio. Qualunque
somiglianza con fatti,
luoghi o persone reali, viventi o
defunte, è del tutto casuale”.
Però mi ha dato più libertà dopo
l’uscita del libro, tipo il non
dover “presenziare” alla promozione
del romanzo è una bella libertà:
nessuna presentazione,
nessun tour promozionale, nessuna
intervista, ma osservare
l’andamento del libro “nascosto”
dietro il sicuro cespuglio
dell’anonimato: una bella sensazione
».
Ma l’anonimato garantisce
maggiore obiettività da parte
dei critici?
«Sì, penso proprio di sì, infatti
questo punto era anche parte importante
dell’esperimento letterario
che ho voluto fare con
questo libro».
Che cosa è accaduto quando
hai rivelato di essere l’autore?
«Sono cominciate le presentazioni,
le interviste, e alcuni critici
che avevano recensito il
libro hanno subito detto che
l’avevano capito che dietro
l’anonimo c’ero io, il che fa
molto piacere; vuol dire che la
mia scrittura è riconoscibile, che
la mia “voce” ha un timbro solo
mio ormai».
Quanto c’è di autobiografico?
«Molto nella materia grezza
narrata, nella ricerca delle cose
che mi sono capitate – o che
sono capitate a persone che conosco
- nelle situazioni osservate
nel tempo dopo quasi
vent’anni di attività nell’editoria,
ma nulla nella storia imbastita
poi nel romanzo che è
assolutamente fiction».
Perché hai pensato a questa
storia?
«Perché era da una vita che volevo
raccontare il mondo editoriale
italiano, i suoi misteriosi
meccanismi, i trucchi del marketing,
le bassezze, gli odi e le
invidie tra scrittori, le consorterie,
il modo di decidere degli
editori su qual è un buon libro e
quale no, il circo delle fiere del
libro, dei festival della letteratura,
delle presentazioni».
A cosa, o chi, hai voluto dire
basta?
«A un’editoria che non funziona
e che tiene molti libri interessanti
lontano dai lettori, dalle librerie,
dai mezzi di
informazione, che pubblica solo
in base a presunte ricerche di
mercato al di là del vero valore
del libro: va bene che tutto
orami è merce, ma c’è merce e
merce, e avendo il potere di scegliere
gli editori dovrebbero
avere il coraggio di scegliere il
meglio, di avere un po’ poi di rispetto
per i lettori, ma anche per
gli scrittori, per chi lavora nell’editoria
- editor, correttori di
bozze, traduttori – molto spesso
sottopagati, o non pagati per
niente.
Hai un’immagine sintetica
della scena letteraria italiana?
«La scena letteraria italiana è un
po’ come l’Ippogrifo, mitica, è
cioè una falsa scena, molto autoreferenziale,
lontana dalla
gente: i lettori, quelli che fanno
i grandi numeri dell’editoria italiana,
leggono altri libri, per
mille ragioni, dalla pigrizia del
lettore stesso che si informa
quasi unicamente con la televisione
alle pagine culturali che
non riescono più a farsi leggere
».
E un’immagine sintetica della
scena editoriale?
«La scena editoriale italiana ha
creato un falso mercato in
quanto drogato da un marketing
barbaro che segue logiche assurde,
che impone libri che con
la letteratura hanno ben poco a
che spartire, dove i grandi
gruppi dettano legge – e si spartiscono
la esigua torta – mentre i
medi e i piccoli editori cercano
di sopravvivere facendo molto
spesso un lavoro di scouting editoriale
che ormai i grandi editori
non fanno praticamente più».
Il sentimento che prevaleva
mentre scrivevi il libro?
«Volevo scoprire dove sarei potuto
arrivare, anche se poi quello
che ho scritto è uno dei miei
classici romanzi esistenziali,
solo che questa volta il mio obbiettivo
era molto più chiaro,
molto più a fuoco, almeno nelle
intenzioni».
Il sentimento che prevale ora
che lo hai scritto?
«Sono soddisfatto di dove sono
riuscito ad arrivare, è un romanzo
al quale tengo molto, sul
quale ho lavorato tanto».
In che modo hai lavorato al
romanzo?
«Nel mio solito modo: senza sapere
dove sarei arrivato – ma con
un’ossessione costante come
guida: il mondo editoriale italiano
- ma con la strada che si illuminava
quel tanto al giorno
che mi permetteva di continuare
a scrivere giorno per giorno, appunto,
ma senza nessuna scaletta,
senza nessuna
organizzazione gerarchica dei
personaggi, senza nessuna idea
chiara di come sarebbe finita la
storia.
In quanto tempo lo hai
scritto?
«L’ho scritto in prima stesura in
nove mesi, e riscritto e ancora riscritto
e limato e piallato e ripensato
e ampliato e ancora
revisionato nei due anni successivi,
in attesa di pubblicazione».

- QUOTIDIANO DELLA PROVINCIA DI TERAMO

MARTEDI’ 10 DICEMBRE 2013

“Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito), Edizioni Anordest, avvistato (oggi) in una libreria di Torino…

“Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito), Edizioni Anordest, avvistato (oggi) in una libreria di Torino…

Diego De Finis ha recensito il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” – Edizioni Anordest

Il caso editoriale dell’anno

No, non è
davvero il caso editoriale dell’anno. O forse lo è, ma non necessariamente per
il numero di copie vendute del libro (numero che peraltro non conosco). E’
il titolo dell’ultimo romanzo di uno scrittore anonimo (che ora tanto anonimo
non è più, ma solo alla fine dirò di chi si tratta). Il romanzo è edito da
EdizioniAnordest.

Perché
questo romanzo mi interessa? Perché è scritto bene potrebbe, essere la
risposta. Si ma non solo. La scrittura è asciutta, essenziale e piacevole. Lo
stile indica che il personaggio non solo racconta in prima persona la sua
esperienza, ma la racconta nel presente, sembra che narri esattamente quello
che sta capitando e non è una scelta stilistica casuale.

Sono due i
principali aspetti del romanzo che mi hanno colpito e li analizzerò
separatamente.

A mio parere
l’autore compie un’interessante operazione di metaletteratura. E ora che ho
utilizzato (oppure coniato) un parolone cerco di spiegarlo. Nella lettura di
solito c’è il distacco fra il piano del testo del libro (la storia narrata o
l’argomento del saggio) e quello del lettore che di solito sono accuratamente e
decisamente distaccati. La lettura rappresenta da parte del lettore
un’esperienza di conoscenza di un contenuto culturale che è al di fuori di se
(poi magari viene assimilato, ma non è questo il punto). Qui invece i piani si
confondono e l’effetto è a mio parare voluto e ricercato. L’autore gioca col
lettore cerca di coinvolgerlo di farlo entrare letteralmente nella narrazione,
gioca spesso a confondere le due dimensioni. In primo luogo dalla scelta
dell’anonimato. L’autore è anonimo come il protagonista, cosa che fa pensare al
classico romanzo-verità. Ma al colmo dei paradossi l’anonimo protagonista è
famosissimo, grazie alla scrittura del suo ultimo romanzo, è diventato una star
ricercata, la gente lo riconosce per la strada. Ma noi non ne conosciamo il
nome. Allo stesso modo il titolo del romanzo sembra essere una sorta di
presagio per il libro che si sta leggendo, ma è anche di fatto l’argomento
della narrazione che pone al centro appunto un romanzo che vende milioni di
copie, dunque un vero caso editoriale. A questo si aggiunge lo stile della narrazione,
di cui ho già parlato e la presenza nel libro di riferimenti a personaggi noti
veri e esistenti. Il gioco però appare anche evidente come tale, in quanto
diverse esagerazioni presenti nella narrazione (dal numero spropositato di
copie del libro vendute all’auto del protagonista) riportano il racconto alla
sua dimensione di invenzione, spesso iperbolica.

Il secondo
aspetto del romanzo è invece tutto interno alla trama. Sembra che l’autore
abbia voluto con la sua storia fornire un esempio concreto della società
dello spettacolo
, descritta da Guy Debord nel 1964 e oggi diventata realtà.
Debord nel suo saggio attraverso le categorie dell’analisi marxista sosteneva
che anche gli oggetti immateriali (l’immagine, la cultura, il simbolo, il
marchio) sarebbero diventati merce, magari anche più preziosa degli oggetti
veri e propri. La cosa curiosa è che nel primo saggio il francese non citò
quasi mai i grandi mezzi di comunicazione. Eppure la sua profezia si è avverata
e certo la televisione è stato un potente strumento per l’avvento di questa
società che però non si riduce a essa. E’ sintomatico che nemmeno nel romanzo
del nostro anonimo la televisione non compaia quasi mai. La sua fama prescinde
da essa eppure sembra straripante. Lo scrittore diventa una vera star e
guadagna un sacco di soldi e questo con un romanzo che lui giudica non così
bello come i suoi precedenti. Di qui la sensazione che tutta la fortuna che lo
sommerge sia frutto del caso. Il protagonista entra in un meccanismo molto più
grande di lui. Il suo libro vende perché è quell’oggetto diventato ricercato
per ragioni insondabili. Il suo libro è diventato la merce immateriale (non v’è
nulla di più immateriale di un libro) che tutti desiderano. In questo
meccanismo, che sia chiaro era stato cercato e desiderato, il protagonista si
smarrisce anzi perde il controllo di se stesso, tanto da fare e dire cose senza
volerlo. L’ingresso in questo grande circo della fama letteraria lo travolge e
il finale, che ovviamente non racconto, rappresenta la naturale conseguenza
delle premesse iniziali.

L’operazione
letteraria compiuta da Roberto Saporito, mio concittadino e autore del romanzo,
è realmente molto interessante.

Recensione a
cura di Diego De Finis (giornalista)

Alba, 25 novembre 2013

il link diretto alla recensione: http://trapezunzio.wordpress.com/2013/11/25/il-caso-editoriale-dellanno/

 

La scrittrice Silvia Longo ha recensito (oggi) il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” – Edizioni Anordest

“Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito) –
edizioniAnordest
Una mia lettura
“Il caso editoriale dell’anno” di
Anonimo: peccato averlo letto dopo lo svelamento dell’identità dell’autore.
Anche se, ne sono quasi certa, avrei potuto riconoscerlo, in corso di lettura:
Roberto Saporito certo non è un esordiente, e possiede una cifra stilistica
precisa. Improntata alla ricerca di asciuttezza e pulizia formale, la sua
scrittura procede rapida, diretta, a tratti cinica, -come quella di alcuni
autori americani contemporanei (Bret Easton Ellis, soprattutto)- e nel contempo
introspettiva, come si usa nella Francia a lui tanto cara.
In questo romanzo,
uscito lo scorso luglio sotto anonimato (solo durante l’autunno ne è stata
rivelata la paternità), Roberto tocca vertici di un’autoironia e di un acume che
si vorrebbe averlo accanto, mentre lo si legge, e sorridere con lui di questa o
quella frase, o scuotere la testa di disincanto, e dirgli: “Bravo, guarda, sei
proprio bravo”.
La trama: uno scrittore, uno di quelli “veri”, che si spreme
sino a consunzione nell’esercizio della scrittura, sempre insoddisfatto di sé,
autocritico e pronto a chissà quante accurate fasi di autoediting, dopo il
reiterato rifiuto da parte delle principali casi editrici, ha pubblicato i suoi
due primi romanzi con piccoli editori. Il terzo lo ha affidato a un’agente
(donna), ma nulla di nuovo sembra profilarsi per lui. Così ne scrive un quarto,
e stavolta in tempi brevissimi, a suo parere “nulla di paragonabile a quello che
avevo scritto fino ad allora, con scritture e riscritture e ancora riscritture e
limature e piallamenti e tagli e aggiunte e cesellature e ripensamenti e
sedimentazioni…”.
L’agente invece lo trova meraviglioso, riesce a venderlo al
più importante editore italiano, e nel giro di poche settimane il nostro
protagonista diventa lo scrittore italiano dell’anno, l’astro fulgente della
letteratura nazionale, un vero e proprio personaggio mediatico. Tirature
favolose, vendite alle stelle, eventi, presentazioni, conferenze stampa,
interviste, premi letterari.
Stupito, dapprima, dell’improvviso successo e
soprattutto del fatto che proprio questo libro (meno curato, meno autentico,
scritto quasi per scherzo) gli abbia cambiato la vita inserendolo nel novero dei
Grandi della letteratura, il nostro autore si arrovella circa il gusto della
gente, l’uso anche improprio della pubblicità, la contrapposizione tra valore
artistico e successo commerciale, sul senso stesso della propria produzione. Ma
ben presto si mette in scia. Arrivano i proventi dei diritti d’autore (il libro
comincia a essere tradotto e venduto anche all’estero, se ne ricaverà presto un
film, e adesso gli editori vogliono anche i romanzi pregressi), insomma, si può
scialare. Si compra un’auto improbabile, si concede al pubblico quando
strettamente necessario, e trascorre il tempo nell’ozio totale, tra la Croisette
e il suo nuovo appartamento con vista sui tetti di Parigi, tra un Valium e un
calice di champagne, abbordato da lettrici incantate dal suo stile di bel
tenebroso, tutto vestito di nero Prada.
Il problema è che la Musa si è
dileguata, e il nostro autore prende dolorosamente coscienza di non riuscire più
a scrivere. Proprio lui, che era “uno scrittore che scriveva come respirava”,
che considerava prezioso “il tempo che riuscivo a dedicare alla scrittura, che
mi ritagliavo tra un’attività inutile di sopravvivenza e l’altra”. Si chiede, e
il lettore con lui, cosa sia accaduto nella sua testa. Che abbia perso
l’ispirazione? Che il raggiungimento dell’obiettivo editoriale abbia spento
-anziché alimentato- la vena creativa? Che sia stato proprio il modo in cui
tutto è accaduto a disilluderlo e a farlo, a tratti, vergognare di sé? Che
alcune dinamiche editoriali e di mercato lo abbiano convinto della non necessità
di fare letteratura, quella vera e pura, puntando piuttosto a un facile successo
commerciale?
Specie verso il finale, emerge forte il disagio dell’io
narrante. Che percepisce la responsabilità dello scrittore consapevole. La sua
etica.
“Scrivere è un lavoro come un altro” continuava a dire lo stesso
scrittore.
Non è vero: scrivere per vivere è un privilegio.
Scrivere (e
guadagnandoci, e magari guadagnandoci parecchio), non è affatto come fare
l’avvocato o il benzinaio o l’assicuratore o l’agricoltore, scrivere è una cosa
che hai e non una cosa che si impara a scuola o a bottega.
Scrivere è come
una malattia alla quale non si è ancora trovata una cura, un virus che attacca
molta gente, ma che è benigno in rarissimi casi.
I portatori sani del virus
della scrittura sono quelli che hanno veramente qualcosa da scrivere: non
vogliono scrivere, ma devono scrivere: è diverso, molto diverso.”
Scrive
bene, Roberto Saporito, sempre in bilico tra ironia e amarezza, tra dramma e
commedia. Perché è coraggioso e consapevole dei mo(n)di letterari: scritture
private o pubbliche che siano.
Si mette in gioco con generosità, in questo
romanzo. Attribuendo all’io narrante molto di sé, dai propri gusti musicali e
letterari all’aspetto fisico, dalla ricerca estetica che lo caratterizza
all’amore per la Francia. E soprattutto ci svela la sua maniera di intendere la
letteratura. Un esercizio di ricerca e di equilibrio, un’operazione di onestà
intellettuale e umana. In qualche modo, tratteggia una sorta di ritratto sopra
le righe di un ipotetico se stesso.
Ma Roberto Saporito e il protagonista del
suo romanzo non sono la stessa persona, sebbene ci sia molta verità ne “Il caso
editoriale dell’anno”. Specie in termini di cozzo tra logiche di mercato e
afflati artistici.
Complimenti, Roberto, e che l’amore (per la scrittura) ci
distrugga sempre e ancora!
A cura di Silvia Longo

La recensione a “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest) di Anonimo (Roberto Saporito) pubblicata oggi su “Booksblog” (a cura di Sara Rania)

La recensione a “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest) di Anonimo (Roberto Saporito) pubblicata oggi su “Booksblog” (a cura di Sara Rania)

Il link diretto alla recensione:
http://www.booksblog.it/post/83031/il-caso-editoriale-dellanno-di-roberto-saporito

 

“Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest) di Anonimo (Roberto Saporito) oggi sul settimanale “Il Corriere di Alba, Langhe e Roero”…

“Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest) di Anonimo (Roberto Saporito) oggi sul settimanale “Il Corriere di Alba, Langhe e Roero”…

La recensione a “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest) di Anonimo (Roberto Saporito) pubblicata sul settimanale “GAZZETTA D’ALBA” in edicola da martedì 8 ottobre (a cura di Edoardo Borra)

La recensione a “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest) di Anonimo (Roberto Saporito) pubblicata sul settimanale “GAZZETTA D’ALBA” in edicola da martedì 8 ottobre (a cura di Edoardo Borra)

Presentazione del romanzo “Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito)

Presentazione
del romanzo “Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto
Saporito)

 Sabato
12 ottobre alle ore 17,30 c/o libreria “La Torre”

Via Vittorio Emanuele 19 (Galleria della Maddalena) Alba CN

 Saranno presenti

 L’autore Roberto Saporito (l’Anonimo)

 Edoardo Borra (del Centro di Documentazione Beppe Fenoglio della Fondazione Ferrero)

 La scrittrice Lori Serra

 E l’attore Massimo Marasso che leggerà alcuni brani del romanzo

La recensione (a cura di Lori Serra) a “Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito), Edizioni Anordest

 

La fame di fama.

Quando  muore l’ispirazione?

In che momento uno scrittore  smette di avere idee,  di creare, di inventare personaggi,  di porsi problemi,

di avere  nella  mente  lo schema che lo porta al compimento della sua (nuova)  opera?

Il nuovo lavoro letterario  di Roberto Saporito affronta la questione dal punto di vista dello   scrittore, protagonista assoluto della sua ultima opera.

Esce senza il suo nome – in libreria lo troverete come  “Anonimo” e con uno di quei titoli che fanno sensazione “ Il caso letterario dell’anno”.

Già dalle prime pagine Roberto Saporito affronta il vero, pungente tema del libro stesso: quando si raggiunge una certa fama si ha ancora bisogno di avere fame  ( di cultura, di novità, di certezze, di illusioni, di conoscenze, di facce, di amici).

Chi  raggiunge il successo (meritato, perché no?) riesce ancora a vivere nel mondo reale, per intenderci quello in cui si devono pagare le bollette?

Tra feste patinate, eventi letterari, una marea di persone che “dipendono” dallo scrittore protagonista del libro, Roberto Saporito ancora una volta traccia personaggi ben definiti, incasellati nella loro immobilità

o al contrario così sfuggenti che si incastrano alla perfezione nella vita caotica che “casca” addosso al protagonista.

 

Le certezze diventano il conto in banca, una automobile mostruosa, e una sottile, pallida cattiveria nei confronti del Mondo, che sta laggiù, fuori dalla mondanità e dagli eccessi.

E’ un libro da leggere per capire certi meccanismi, certe tecniche, e una realtà sull’editoria che appartiene  solo al nostro Paese.

Complimenti  a Roberto Saporito che trasmette tra le righe più di quello che mette su carta e lascia a chi legge la curiosità e la voglia di fargli mille domande.

a cura di Lori Serra

 

Il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” (Edizioni Anordest), in tutte le librerie

Il nuovo romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” (in tutte le librerie)…
Il comunicato stampa della casa editrice (Edizioni Anordest: http://www.edizionianordest.com/catalogo/172-il-caso-editoriale-dell-anno
) relativo al romanzo “Il caso editoriale dell’anno”…
Comunicato Stampa
A grande richiesta abbiamo deciso di rivelare chi si nasconde dietro l’Anonimo del romanzo “Il caso editoriale dell’anno”, uscito il 4 luglio in libreria, suscitando grande interesse e una serie di ottime recensioni.
L’Anonimo è lo scrittore Roberto Saporito*, autore di romanzi e libri di racconti, nell’ambiente editoriale (che conosce molto bene, viste le vicende narrate nel libro) da una ventina d’anni.
La scelta di pubblicare il romanzo come Anonimo è stata da una parte una scelta editoriale nata dopo alcune riunioni di redazione (come anche il titolo, che è un sorta di auto fascetta promozionale)…quasi una provocazione, un esperimento letterario, se vogliamo…e dall’altra parte era una vita che Roberto Saporito voleva fare una sorta di passo indietro, alla Thomas Pynchon, cioè dare maggiore importanza al testo, e meno a chi l’ha scritto…l’immagine che viene in mente è quella dell’autore nascosto dietro il cespuglio dell’anonimato che spia, non visto, le reazioni del pubblico e degli addetti ai lavori…una cosa così.
E poi anche perché il protagonista del libro rimane anonimo per tutto il romanzo, e in questo modo si crea una sorta di cortocircuito, di voluta confusione tra realtà e finzione, in un serissimo gioco postmoderno sulla scomparsa dell’autore.
Chi è l’autore? Viene da chiedersi.
L’autore è anche il protagonista senza nome, che dice “io” nel libro, o le vicende narrate sono solo frutto della fantasia?
Cos’è vero, cos’è falso, ma c’è qualcosa di reale o è tutto inventato? È un romanzo e quindi è solo fiction, oppure no?
Ma non è un nascondersi, anzi, al contrario, è un creare aspettative con domande che però rimangono senza risposte, ed è anche un giocare con le stesse regole del mondo editoriale che non ci piacciono, e quindi, per sottolinearne la loro esistenza, per renderle per una volta palesi…

*Roberto Saporito:

Sito-blog: http://romanzo.blog.tiscali.it/2004/01/04/note_biografiche_di_roberto_saporito_748197-shtml/?doing_wp_cron

 

La Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” ha pubblicato [oggi] un racconto [inedito] dello scrittore Roberto Saporito dal titolo “Invento delle storie”

La Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” ha pubblicato [oggi] un racconto [inedito*] dello scrittore Roberto Saporito dal titolo “Invento delle storie”

Il link diretto per leggere il racconto:
http://www.satisfiction.me/roberto-saporito-inedito-invento-delle-storie/

*alcuni degli altri autori degli inediti di Satisfiction:

Olivier Adam / Afterhours / Barbara Alberti / Edgar Allan Poe / Jonathan Ames / Paul Auster / Tullio Avoledo / Jesse Ball / Camilla Baresani / Franco Battiato / Sibylle Berg / Ginevra Bompiani / Paul Bowles / Francesco Bonami / William Burroughs / Baustelle / Gianfranco Calligarich / Rossana Campo / Albert Camus / Ottavio Cappellani / Massimo Carlotto / Maryann Carver / Louis Ferdinand Céline / Michael Chabon / Cecilia Chailly / John Cheever / Piero Chiara / Bill Clegg / Piero Colaprico / Laurence Cossé / Lucio Dalla / Giancarlo De Cataldo / Paolo Colagrande / Franco Cordelli / Erri De Luca / Dan Fante / Mario Desiati / Luca Di Fulvio / Charles Dickens / Paolo Di Stefano / Ignino Domanin / John Donne / John Dos Passos / Andre Dubus / Giangiacomo Feltrinelli / Carlo Emilio Gadda / Janice Galloway / William Gass / Giuseppe Genna / Dori Ghezzi / Victor Gischler / Simonetta Agnello Hornby / Paul Harding/ Michel Houellebecq/ Simon Ings / Jovanotti / Joe Lansdale / Jonathan Lethem / Andrea Kerbaker / Chuck Kiinder/ Stephen King / Lia Levi / Philipp Lopate/ Barry Lopez / Jack London / Valerio Magrelli / Curzio Malaparte / Antonio Marras / Michele Mari / Luca Mastrantonio / Alda Merini / Enrique Vila-Matas / Gabriela Mistral / Sebastiano Mondadori / Raul Montanari / Elsa Morante / Alberto Moravia / Bruno Morchio / Guido Morselli / Edoardo Nesi / Cees Nooteboom / Amélie Nothomb / Aldo Nove/ Joyce Carol Oates / Peter Orner / Melissa P / Romana Petri / Jayne Anne Phillips / Tommaso Pincio / Gilda Policastro / Rosella Postorino / Gianluigi Ricuperati/ Federico Roncoroni / Daniela Rossi / Henry Roth / James Sallis / Isabella Santacroce / Davide Sapienza / Simone Sarasso / Roberto Saviano / Igiaba Scego / Salvatore Scibona / Lore Segal / Walter Siti / Mario Soldati / Paolo Sortino/ Sarah Shun-lien Bynum/ Jerry Stahl / John Steinbeck / Joe Stretch / Subsonica/ Hunter Thompson / Benedetta Tobagi / Salvatore Toma / Filippo Tuena / Mariapia Veladiano / Grazia Verasani / Boris Vian / Marco Vichi / Simona Vinci / Andrea Vitali / Willam T. Vollmann / Rebecca West / Tom Wolfe/ Tobias Wolff / Virginia Woolf / Alessandro Zaccuri / Chiara Zocchi

 

Intervista allo scrittore Roberto Saporito pubblicata oggi su “Otium”

Intervista allo scrittore Roberto Saporito pubblicata oggi su “Otium”:

il link diretto all’intervista:

http://www.ferrucciogianola.com/2013/05/uneducazione-parigina-e-tante-altre-cose.html

Un’educazione parigina, vis-à-vis con il terzo io di Saporito, oggi su “Booksblog”

Rivista Letteraria Booksblog

Un’educazione
parigina, vis-à-vis con il terzo io di Saporito

Scritto da: Sara Rania alias Kitsuné – Parigi, lunedì 29 aprile 2013

Spunta un terzo io ne “L’Educazione
parigina” di Roberto Saporito
, e
noi abbiamo deciso di andargli incontro muso a muso o vis-à-vis che dir si
voglia.

// 560) {
$(this).parent().parent().addClass(“cover-full”);
}
});
// ]]>Eccoci ancora a Parigi, per inoltrarci nel nuovo io narrante delle avventure
schizofreniche di Saporito, che ha aggiunto ai suoi volti un terzo personaggio,
congruente con l’arrivo di un uomo il cui nome ricorda un metallo pesante da
maniglia. Li ritroviamo entrambi immersi in una poltrona di velluto logoro, e
nell’atmosfera altrettanto morbida e costruita ad arte del Marais, tra librerie
italiane che ci sono ormai note, come la famosa “Tour de Babel” e
belle donne engagées.
Un mix talmente ben congeniato da riuscire a sembrare persino naturale ed
incarnare tutte quelle promesse di nonchalance
ed ispirazione che la capitale francese è solita portare con sé. Una città che
vive nei caffé, tra bevande scure e bollenti, conversazioni che sono sempre in
bilico tra l’intellettuale e il mistico e i passanti, sempre a loro modo un po’
liberi e misteriosi.

Un posto ideale per nascondere tra i tanti flâneur
provenienti da ogni dove, terroristi in fuga dal pesante passato e servizi
segreti in borghese, in un procedere passo passo tra luoghi da sogno e curiose
occupazioni a sfondo artistico-letterario.

In
questi giorni mi succede una cosa strana ed inquietante: incontro persone
morte. Be’ e? chiaro che detto cosi? e? un po’ una cosa da pazzi furiosi, ma e?
esattamente quello che mi accade. Anche se la spiegazione più plausibile e? che
incontro persone che somigliano a persone che conoscevo e che sono morte: cosi?
suona più razionale, ma qual e? la verità? Ma non e? importante per me una
spiegazione plausibile, perché intanto io continuo ad incontrarle. Ovunque, e
sempre più spesso. Ieri ho incontrato per strada, vicino al caffè dove vado
spesso, una ragazza che ho amato anni fa e che e? morta. Si e? suicidata. Si e?
impiccata nel carcere di Cuneo. E io dopo quasi venti anni la incontro a
Parigi. In questo modo ho già incontrato una decina di persone morte: sono
pazzo? E’ possibile, ma la qual cosa non mi risolve il problema. Io non voglio
più incontrare persone morte, punto. E’ quantomeno destabilizzante…

Appuntamento
per i curiosi al link in calce, con un’anteprima del primo capitolo…

Nell’immagine
collage di un’immagine della chiesa Saint-Paul-Saint-Louis, situata nel Marais
(da flickr.com/photos/sara_rania) e
della copertina de “L’Educazione parigina” di Roberto Saporito.

Via | be-pop.it/il-terzo-io-capitolo-i-di-roberto-saporito

il link diretto: http://www.booksblog.it/post/48555/uneducazione-parigina-con-il-terzo-io-di-saporito

 

 

La Rivista Letteraria “Argo” ha recensito [oggi] “Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito

Roberto Saporito, Un’educazione parigina, Perdisapop, 2013

Una narrazione poliegocentrica, la si potrebbe definire, quella di Roberto Saporito in Un’educazione parigina, in senso letterale s’intende: i protagonisti sono infatti due io narranti, identificati paragrafo dopo paragrafo come “primo io” e “secondo io”, la storia si concentra e si sviluppa a partire da questi due punti di irradiazione. A livello metanarrativo l’esperimento di Saporito è molto interessante: i due personaggi affluiscono nel romanzo arrivando da altri due libri dello stesso autore (che pare così legato a loro da non potersene separare), Eccessi di realtà/Sushi Bar e Carenze di futuro, come in una sorta di sequel crossover. Saporito genera un ipertesto destinato ad allargarsi: i due “io” non si conoscono, ma ruotano entrambi anche se in modi diversi attorno alla città di Parigi, e il loro vorticare coinvolge una serie di personaggi secondari, luoghi ed eventi che pian piano fanno rete, mostrando connessioni inaspettate.

 

Filo conduttore del romanzo è il viaggio, che è soprattutto esistenziale: il primo io, trasferitosi da poco a Parigi da Nizza per lasciarsi un pezzo di passato alle spalle, di fatto fallisce nel suo intento e di colpo lo ritroviamo a Nizza, sulla tomba dell’amata, da cui riparte per un lento e riluttante ritorno nella capitale, alla nuova vita, che a sua volta si trasforma in una altro viaggio, necessario a colmare altre lacune. Il secondo io, arrivato a Parigi in bicicletta senza nulla, si arrabatta per rifarsi anche lui una vita, recuperando un vecchio amico, ora scrittore, il cui best seller rimbalza all’interno del romanzo ponendosi come fil rouge tra situazioni e personaggi diversi. Il viaggio per entrambi è un rito di passaggio, ma è un percorso principalmente nella memoria, nei propri ricordi e nei conflitti interiori ancora irrisolti. Sta forse qui l’educazione parigina? Lo scoprire che la ricerca di se stessi non è altro che il riconoscere la complessa struttura delle relazioni? O magari nella modalità di fare esperienza del flâneur, girovagando per i luoghi reali così come quelli della memoria, imparando lasciandosi trascinare dal flusso.

 

Gli aneddoti sono un mero pretesto, sembra, per generare riflessioni ed evocare mood, com’è nello stile di Saporito, e procedono spediti all’interno di un’agile struttura a paragrafi brevi alternati, verso un finale che finale non è, che lascia il lettore in attesa, ma senza effetti speciali di suspense: semplicemente non si procede oltre, come se l’autore avesse aperto una finestra per vedere come se la passano i suoi cari personaggi, controllarne lo stato di vita, per poi richiuderla una volta appurato che se la cavano nonostante tutto.

 

Nota di rilievo assumono anche i luoghi, che oltre a dimostrare l’amore dell’autore per la città di Parigi, si offrono al lettore come suggerimenti di viaggio. Così come i personaggi e i precedenti romanzi di Saporito sono interconnessi in una sorta di ipertesto, amplificato dal supporto immateriale del romanzo (un ebook), anche i luoghi entrano in ridondanza con altri contesti, ad esempio grazie alle foto pubblicate sui social network, che l’autore sfrutta come approfondimento del romanzo. Si è forse andati troppo fuori dal testo, con questa incursione nel web? In realtà no, perché è qui che la storia continua: sul sito dell’editore, come regalo dell’autore, scopriamo l’esistenza di un “terzo io”, le cui vicende sono pubblicate a puntate, quasi una versione contemporanea del feuilleton. Roberto Saporito riesce in Un’educazione parigina a creare un ibrido ipertestuale multimediale, senza rinunciare al suo innato esistenzialismo.

 

 

 

Roberto Saporito (1962) collabora con la rivista letteraria Satisfiction, suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e antologie. Ha pubblicato cinque romanzi: Anche i lupi mannari fanno surf (Robin, 2002), Eccessi di realtà/Sushi Bar (Gruppo Editoriale Marche, 2003), Millenovecentosettantasette/Fantasmi armati (Besa, 2006), Carenze di futuro (Zona, 2009), Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010) e la novella Anche i lupi mannari fanno surf (Remix) (Senzapatria, 2010) e tre raccolte di racconti: Harley-Davidson Racconti (Stampa Alternativa, 1996), H-D / Harley-Davidson, deserti e moderni vampiri (Stampa Alternativa, 1998), Generazione di perplessi (Edizioni della Sera, 2011).

a cura di Simone Colombo

il link diretto alla recensione su “Argo”: http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&view=article&id=652:roberto-saporito-uneducazione-parigina-perdisapop-2013&catid=6:crash-test-libri-riviste-cd-vhs-dvd&Itemid=31

 

“Un’educazione parigina” (Perdisa Pop Editore), l’ultimo libro di Roberto Saporito, oggi su “Booksblog”

“Il bookstore situato nella folkloristica Rue du Roi de Sicile, è un’autentica mecca per i tanti cittadini italiani trasferiti nella capitale francese e gli ancor più numerosi stranieri amanti della lingua di Dante e appassionati della cultura del Belpaese.
E’ proprio tra le sue mura che il secondo io del libro di Roberto Saporito incontra la sua Simone, perduto amore di gioventù mai dimenticato…” [oggi su "Booksblog", in un articolo sulla libreria di Parigi "Tour de Babel"]
il link diretto all’articolo:

http://www.booksblog.it/post/46597/la-tour-de-babel-in-tema-di-librerie-italiane-a-parigi

 

Da oggi, e per dieci settimane, inizia la pubblicazione, su “Be-Pop” [il blog letterario di Perdisa Pop Editore] dei capitoli che compongono il “terzo io narrante di un’educazione parigina”

Da oggi, e per dieci settimane, inizia la pubblicazione, su “Be-Pop” [il blog letterario di Perdisa Pop Editore] dei capitoli che compongono il “terzo io narrante di un’educazione parigina” (già protagonista senza nome nel romanzo di Roberto Saporito “Millenovecentosettantasette / Fantasmi armati”) e che è parte integrante del libro “Un’educazione parigina” (Perdisa Pop, collana ePop), avente per protagonisti “due io narranti”, dall’11 febbraio in tutte le librerie on-line.
Un regalo dell’autore ai suoi lettori e, anche, una sorta di “feuilleton” postmoderno.
Il link diretto per leggere il primo capitolo:
http://be-pop.it/il-terzo-io-capitolo-i-di-roberto-saporito/

“Booksblog” recensisce [oggi] “Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito [a cura di Sara Rania alias Kitsuné]

Un’educazione parigina di
Roberto Saporito

Scritto da: Sara Rania alias
Kitsuné
– sabato 30 marzo 2013

Un breve testo, per trasmettere due volti della città Parigi,
dai quartieri del centro alla periferia, in un movimento che ricorda
l’educazione sentimentale.

La voce narrante è sdoppiata nel libro “Un’educazione parigina” di Roberto
Saporito
, e non solo per ragioni stilistiche, ma sostanziali.
Ecco che vi si incontra un primo
io
, uomo di successo, alle prese con la sua vita dopo. In un
post che implica sempre un grande dolore, che in questo caso coincide con la
morte dell’amata Keiko, scomparsa eppure presente in innumerevoli citazioni,
come un’ombra, un solido fantasma che scorre nelle pagine e nelle strade di
Nizza, attaccata sotto la pelle del primo lui.

E poi c’è il secondo io,
solo apparentemente più leggero, imbarcatosi per una ragione che si può solo
immaginare (per i pragmatici puri che non riuscissero a credere fino in fondo
all’assurdo desiderio di ritrovare Simone, professoressa di francese e ardente
amore di gioventù) nell’improbabile impresa di raggiungere Parigi in bicicletta,
avventura nella quale riuscirà a prezzo di immani fatiche, ritrovandosi nella
capitale privo di ogni mezzo di sostentamento.

E mentre il primo fa di tutto per aggirare il presente e annegare il passato,
vivendo come sospeso fra le belle membra della francesina Amèlie (e non solo)
cullato dallo sciabordio della Senna, il secondo si arrangia come può e grazie
ad un inaspettato colpo di fortuna riesce a rimettersi in piedi e ad inserirsi
in maniera piuttosto rocambolesca, nella comunità di italiani trasferiti
all’ombra della Tour, che girano intorno ad una certa libreria che esiste
davvero, come gran parte dei riferimenti della narrazione…

Mi
sono lasciato la periferia alle spalle, come ci si lascia una malattia o più
semplicemente una brutta notte da dimenticare.

Adesso sono in un piccolo parco, a Saint Germain, e qui la mia condizione
appare ancora più evidente, miserabile, il contrasto è umiliante: tutto trasuda
benessere economico qui, tutto ti dice che non c’entri nulla con quello che ti
circonda, tutto urla soldi soldi soldi e ancora soldi.

Un’educazione
parigina

di Roberto Saporito

Perdisa Pop

Prezzo euro 2,99

ISBN 978-88-8372-606-4

il link diretto alla recensione:

http://www.booksblog.it/post/45469/uneducazione-parigina-di-roberto-saporito

“Poetarum Silva” recensisce [oggi] “Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito [a cura Gianni Montieri]

Un’educazione parigina di Roberto Saporito:

Il racconto di Roberto Saporito ha due Io narranti, protagonisti che si rincorrono lungo tutto l’arco della storia. Il fatto che l’autore scelga di chiamarli non con un nome ma Primo io e Secondo io rappresenta una dichiarazione scritta di sdoppiamento. Il fascino di Parigi, i suoi suoni, i suoi luoghi, sono il quadro dentro il quale la maggior parte della trama si svolge. Saporito è scrittore colto, e, con il suo consueto stile raffinato, traccia la rotta di due solitudini. Due personaggi che contemporaneamente sono in fuga da qualcosa e in cerca di qualcosa. Un macchina di lusso e una bicicletta sono gli strumenti che li condurranno alla ricerca di un rimedio che appartiene al passato. Passato che un Io sembra aver rimosso per indolenza e che l’altro Io non ha mai scordato. La psicologia di queste solitudini, è esaminata in movimento tra la Costa azzurra e Parigi, tra il Cuneese e Bruxelles. In un bar, in un cimitero, in una libreria, in un bacio: dove saranno le risposte? O le nuove domande?

a cura di Gianni Montieri

il link diretto alla recensione:

http://poetarumsilva.wordpress.com/2013/03/19/quattro-e-book-in-quattromila-battute/

 

“Mangialibri” recensisce [oggi] “Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito [a cura di Raffaello Ferrante]

In Place de la Bastille a Parigi c’è un uomo. È seduto in un locale, l’Indiana Café, sorseggia un margarita e pensa… a Keiko, all’anniversario della sua morte. Quell’uomo gestisce un sushi bar a Nizza e ora s’è fatto convincere da Yukio, il fidato cuoco del suo locale, ad aprirne uno anche a Parigi. Aspetta qualcuno. Aspetta Amélie. Amélie è la ragazza di Yukio, è giovane, bella e per mano lo conduce all’interno della chiatta che l’uomo ha ormeggiato lungo il canale. Si spoglia Amélie, sfilandosi il cappotto nero e mostrando all’uomo la sua biancheria intima… L’uomo in sella alla sua bici nera olandese è finalmente giunto a Parigi. Il viaggio dal sud della Francia è stato devastante e lungo, tanto che il suo aspetto ora è quello di un perfetto clochard locale. Capelli e barba arruffati, vestiti logori, odore nauseabondo. Eppure è testardamente arrivato alla sua meta. Sì, ma ora? Cercare Simone dopo vent’anni è come sperare di trovare il fatidico ago nel pagliaio. Da dove cominciare?, si chiede già tradendo l’iniziale euforia che lo ha assalito non appena messo piede a Parigi. Da dove ripartire?…
Due tranche de vie, segmenti di vite già vissute in altrettanti romanzi precedenti. Una chance che lo scrittore di Alba Roberto Saporito ha voluto regalare ai due fortunati personaggi protagonisti di quelle storie. Non hanno un nome ma due destini diametralmente opposti eppure inesorabilmente intrecciati. Perché la vita in fondo è una serie di strade non prese o imboccate per errore, un’inestricabile gioco di specchi dentro il quale ognuno di noi riverbera il proprio destino. Così i due Io narranti inseguono ognuno la sua chimera, ognuno il proprio sogno, tutti e due accomunati però dall’irresistibile e ineluttabile desiderio di fuga. In mezzo a loro Parigi – città feticcio per le storie di Saporito – e più in generale una Francia ancora affascinante e nostalgica come una nobildonna un po’ decaduta. Una Parigi piena di bistrò, caffè, quasi didascalica nella sua sciccosa e un po’ snob alterigia, pregna ancora del fascino retrò da Belle Époque, di alleniana/hemingwayana memoria. Le storie che racconta Saporito non hanno mai un inizio e una fine certa. Il lettore si deve sempre accontentare di accompagnare i personaggi per un tratto di strada, senza fare troppe domande, senza chiedersi troppo da dove i protagonisti vengano e sopratutto dove andranno. Una penna sempre lucida, dolce, carezzevole, capace di delineare in modo impeccabile personaggi dal carattere solitario, un po’ randagio, sempre in cerca di una via alternativa e intellettualmente più onesta per evadere della frenetica pochezza che il nulla cosmico del presente offre. E se questa via non c’è non resta che la fuga. Parafrasando Salvatores, i romanzi di Saporito sono quasi sempre dedicati a tutti coloro che stanno scappando.

a cura di Raffaello Ferrante

il link diretto alla recensione:

http://www.mangialibri.com/node/11815

 

“Thriller Cafè” recensisce [oggi] “Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito [a cura di Michele Fiano]

Un’educazione parigina –
Roberto Saporito

Recensione di
Michele Fiano
| 19 febbraio 2013 |
Dopo aver già recensito in precedenza Generazione di perplessi, ritroviamo oggi al
Thriller Café Roberto Saporito, con il suo Un’educazione parigina,
uscito per Epop, la collana di ebook di Perdisa Pop. Dopo avere sperimentato,
con esiti mai ordinari, varie forme narrative, Roberto Saporito torna alla
prima persona, affidando il compito di intrattenere il lettore a due io
narranti senza nome. Il “primo io” è il titolare di un sushi bar di Nizza che
ambisce ad aprirne un altro a Parigi, il “secondo io” è un improvvisato
ciclista che, dopo un estenuante viaggio, approda nella stessa città.
L’ossessione per il tempo e, in modo particolare, il duplice punto di vista
dello spazio in cui esso scorre, sono i perni attorno ai quali vorticano i
vissuti dei personaggi, volti alla ricerca del senso, della meta, del motivo.
La scrittura minimale, priva di infiorettature e inaspettati colpi di scena, è
vivacizzata da situazioni molto singolari, come quella dello scrittore che si
ritrova a meditare sul tentativo di un outing inverso: ammettere di essere
eterosessuale, confessare di avere artificiata la fama di scrittore gay che
scrive libri gay. È difficile ipotizzare, in un primo momento, che i due
destini possano intersecarsi, ma c’è più di un fattore che li accomuna. Sono
animati dalla stessa esigenza di pianificare un futuro, dall’urgenza di
allontanarsi dai seducenti fantasmi del passato e, allo stesso tempo, di
rivendicare i momenti topici dell’attuale; i veri e propri tuffi nel presente
sono finalizzati ad assaporare il momento dell’impatto, cristallizzare
quell’istante per esorcizzare la morte che è dappertutto, che c’è. La scrittura
essenziale, suggestiva nelle descrizioni dei luoghi, è arricchita da uno
splendido corredo musicale. “Un’educazione parigina” è il quinto
titolo della collana Epop di Perdisa Pop, e mantiene alta la qualità di una
serie di eBook tutti irrinunciabili.

il link diretto alla recensione su “Thriller Cafè”:

 

http://www.thrillercafe.it/uneducazione-parigina-roberto-saporito/

 

ReadMi Italia intervista lo scrittore Roberto Saporito

ReadMi Italia intervista lo scrittore Roberto Saporito

il link diretto all’intervista:

http://www.readmi.it/interviste/intervista-a-roberto-saporito/

 

La Rivista Letteraria “Satisfiction” recensisce “Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito [di Nicola Vacca]

Satisfiction

lunedì 11 Febbraio 2013

Un’educazione
parigina

Autore: Roberto Saporito / Perdisa Pop
/  € 2.99

Recensione
di Nicola Vacca

 

Per Roberto Saporito la scrittura è
essenzialmente una ragione di vita prima che essere una questione di stile.
Soprattutto parole che si scrivono sulla carta con una penna, una macchina da
scrivere che servono a raccontare quello che sappiamo, quello che
attraversiamo. Saporito è uno degli scrittori più interessanti della sua
generazione perché senza retorica alcuna è in grado di raccontarla fuori dai
suoi luoghi comuni. L’11 febbraio arriva in libreria, per i tipi della Perdisa
Pop, Un’educazione parigina, il suo nuovo romanzo che verrà pubblicato
esclusivamente in versione e book. Anche questa volta lo scrittore piemontese
ci regala un perfetto gioiello narrativo. Romanzo breve in cui tornano i due io
narranti cari all’autore, già protagonisti di due romanzi precedenti. Saporito
nella premessa afferma di essersi affezionato a questi due personaggi senza
nome ai quali ha deciso con questa nuova storia di concedere un’altra
possibilità di essere raccontati. Primo io e Secondo io conducono il lettore in
un’avvincente storia di formazione dove il senso dell’esistenza e il
significato della scrittura si incontrano per dare vita a un testo dagli
infiniti interrogativi. Entrambi i protagonisti raggiungono Parigi perché
cercano un senso al loro andare, convinti di imbattersi in un buon motivo che
sia capace di mettere in ordine i frammenti delle loro esistenze. I due io
narranti in prima persona alternano la loro voce in due racconti che
apparentemente rappresentano due storie diverse. In comune però hanno molto,
soprattutto l’appuntamento con il proprio personale destino che li condurrà
sulla strada di un’irrequietezza esistenziale. Primo io e Secondo io sono due
feriti dalla vita. Per ragioni diverse decidono senza alcun motivo particolare
di marciare verso Parigi, mossi da quella tipica inquietudine chatwiniana.
Un’educazione parigina è un bellissimo romanzo di formazione che ha come
protagonisti due malinconiche figure umane dallo stato d’animo irrequieto che
fanno parte di quella “generazione di perplessi” cara a Roberto Saporito,
autore che ha un rapporto originale con la scrittura. Fatta solo di parole che
offrono un’opportunità di scavare trincee nella materia incandescente della
vita, mai e poi mai considerata una comoda via d’uscita.

il link diretto alla recensione:

http://www.satisfiction.me/uneducazione-parigina/

 

Esce oggi il nuovo libro di Roberto Saporito [solo in formato eBook] “Un’educazione parigina” [Perdisa Pop Editore], in vendita in tutte le librerie on line [al “modico” prezzo di 2,99 Euro]

Da oggi in tutte le librerie on line il nuovo libro
[eBook] di Roberto Saporto:

Autore: Roberto Saporito*

Titolo del libro: “Un’educazione parigina

Editore: Perdisa Pop [ http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Digital-Only-ePop/Un-educazioe-parigina.aspx ], Bologna,

info: info@gruppoperdisaeditore.it

Distribuzione: presso tutte le librerie on line
come:

Amazon: http://www.amazon.it/Uneducazione-parigina-ebook/dp/B00BAJSHEG/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1359966142&sr=1-1

 

Ibs: http://www.ibs.it/ebook/saporito-roberto/educazione-parigina/9788883726064.html

BookRepublic: http://www.bookrepublic.it/book/9788883726064-uneducazione-parigina/

Feltrinelli: http://www.lafeltrinelli.it/products/9788883726064/Uneducazione_parigina/Saporito_Roberto.html

, eccetera)

Collana editoriale: ePop, la collana, di narrativa, di
Perdisa Pop dedicata agli eBook, diretta da Antonio Paolacci. Una
raccolta di testi pubblicati esclusivamente in versione digitale.
Caratterizzata dalle copertine (in allegato) di Ivana Stoyanova,
significativamente ispirate al test di Rorschach, la collana offre una
selezione di testi brevi, economici e facili da acquistare, per dare ai lettori
la possibilità di conoscere e apprezzare scritture italiane originali e di
qualità.

Data di pubblicazione: 11 febbraio 2013

Prezzo: € 2,99

Il libro:

Un uomo arriva a Parigi in
bicicletta al termine di un viaggio immotivato e folle, all’inseguimento del
fantasma di un vecchio amore. Un altro uomo, proprietario di un sushi bar a
Nizza, a Parigi ha invece un secondo ristorante da aprire. I due arriveranno a
sfiorarsi, come spesso capita nelle grandi città, accomunati da una necessità
profonda: entrambi sono alla ricerca di un senso, ossessionati dal tempo che
passa, animati dall’esigenza di costruirsi un futuro e di allontanarsi dalle ombre
del passato. Entrambi sono pronti a fare i conti con la propria storia.

Un brano del libro:

“Adesso sono qui, a Parigi, in
Place de la Bastille, seduto nel dehors di un locale che si chiama Indiana
Café, con le macchine che vorticano intorno alla piazza, con il rombo del
traffico inviperito, con i clacson delle auto che fanno a gara con le sirene
delle ambulanze che fanno a gara con le sirene delle auto della polizia che
fanno a gara con le sirene dei vigili del fuoco che fanno a gara con gli allarmi
delle auto, con un bicchiere di margarita frozen, buono che neanche a Nizza,
che si scioglie lentamente, e forse, vorrei essere a Nizza. Vorrei che Keiko
fosse ancora viva, vorrei che fosse di fronte a me a bere margarita, lei amava
i margarita. Vorrei smettere di pensare a Keiko. Vorrei, vorrei, sono sempre lì
che voglio qualcosa, che quando poi ce l’ho sono bell’e pronto per volere
qualcos’altro.”

* L’autore:

 

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato
giornalismo. Ha

pubblicato tre raccolte di racconti: “Harley-Davidson Racconti”
(Stampa

Alternativa Editore, 1996, vendendone ventimila copie), “H-D /

Harley-Davidson, deserti e moderni vampiri” (Stampa Alternativa
Editore,

1998), e “Generazione di perplessi” (Edizioni della Sera, 2011)
e cinque

romanzi: “Anche i lupi mannari fanno surf” (Robin, 2002),
“Eccessi di realtà

/ Sushi Bar” (Gruppo Editoriale Marche, 2003),
“Millenovecentosettantasette

/ Fantasmi armati” (Besa, 2006), “Carenze di futuro” (Zona,
2009) e nel 2010

“Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, nella collana di
narrativa

“Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e “Anche i lupi mannari
fanno surf

(Remix)” (Senzapatria Editore, nella collana “On the road”).

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli
Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian
Paolo Serino]

“Satisfiction” con una sua personale rubrica.

E’ membro del comitato scientifico del Festival Letterario
“Letture Corsare”

che si tiene ad Alba (CN) nel mese di settembre.

Il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” è
diventato (a febbraio 2013) “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del
corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata
“L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari
fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria
“Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo
Carlotto e Gianluca Morozzi.

 

“Non Solo Noir” recensisce il nuovo libro di Roberto Saporito “Un’educazione parigina” (in uscita lunedì 11 febbraio, in formato eBook, con Perdisa Pop Editore)

“Non Solo Noir” recensisce il nuovo libro di Roberto Saporito “Un’educazione parigina” (in uscita lunedì 11 febbraio, in formato eBook, con Perdisa Pop Editore).

Il link diretto alla recensione:

http://hotmag.me/nonsolonoir/2013/02/06/roberto-saporito-uneducazione-parigina/

 

La copertina del nuovo libro di Roberto Saporito [solo in formato eBook] “Un’educazione parigina” [Perdisa Pop Editore], dall’11 febbraio in tutte le librerie on-line

La (bella) copertina (a cura di  Ivana Stoyanova) del nuovo libro di Roberto Saporito [solo in formato eBook] “Un’educazione parigina” [Perdisa Pop Editore, collana ePop diretta da Antonio Paolacci], dall’11 febbraio in tutte le librerie on-line ( http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Digital-Only-ePop/Un-educazioe-parigina.aspx )

Il primo romanzo di Roberto Saporito “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di un corso di scrittura narrativa

Il primo romanzo di Roberto Saporito “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue” organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi…
http://www.rivistainchiostro.it/corsi-di-scrittura

 

Il blog letterario “La Poesia e Lo Spirito” ha pubblicato [oggi] un racconto [inedito] di Roberto Saporito

Il blog letterario “La Poesia e Lo Spirito” ha pubblicato [oggi] un racconto [inedito] di Roberto Saporito dal titolo “Passage”.

Il link diretto per  leggere il racconto:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2013/01/24/passage-di-roberto-saporito/

 

Intervista a Roberto Saporito pubblicata oggi su “Hounlibrointesta” [Glamour.it]

27 dicembre 2012

Nella testa di Roberto Saporito

Incontriamo Roberto Saporito, che ci racconta le letture che lo
hanno più colpito e i tre libri che ha in cantiere (due usciranno nel 2013, uno
lo sta scrivendo).

NELLA TESTA DEGLI SCRITTORI

i libri che leggono, che stanno scrivendo

a cura di Caterina Morgantini

Il libro che ho in testa perché lo sto leggendo

Il libro che sto leggendo in questo momento è “Guardami” della scrittrice americana Jennifer Egan, ma il
libro che più mi ha colpito negli ultimi anni (insieme allo strepitoso “Chronic City” di Jonathan Lethem), è sempre un
romanzo della Egan, ma quello pubblicato lo scorso anno intitolato “Il tempo è un bastardo” (tra le altre cose Premio Pulitzer
2011, per il miglior romanzo americano), un libro assolutamente geniale, una
perfetta (anche se sulla carta parrebbe altamente improbabile) fusione tra la
(forse irraggiungibile) “Recherche” di Marcel Proust, il miglior Don DeLillo
(per capirci quello di “Rumore bianco” o “Mao II”) e il Bret Easton Ellis o il
Jay McInerney più ispirati, che, in una sorta di riuscita alchimia, porta a
quello che si potrebbe considerare il perfetto romanzo postmoderno, che ti
prende immediatamente e che vorresti non finisse mai. ?Storia all’apparenza complessa, ma
in realtà godibilissima, con spericolati salti temporali e spaziali, geniali
cambi del punto di vista della narrazione, apparizioni (a prima vista fuori
contesto) nel corpo del romanzo di alcune pagine scritte niente meno che in
Pawerpoint: ma in definitiva un libro da leggere, uno dei pochi, pochissimi,
per la verità, che mi hanno veramente entusiasmato negli ultimi tempi, e non so
se perché io sia diventato col tempo molto più selettivo, esigente, o, forse,
più semplicemente, perché c’è veramente una allarmante penuria di buoni libri.

Il libro che ho in testa perché lo sto scrivendo

Ho due nuovi libri in uscita (quindi già scritti), un e-book, una storia breve,
per Perdisa Pop editore (quinto titolo della nuova collana ePop, dopo quelli,
tra gli altri, di Luigi Bernardi e Sasha Naspini, in pratica racconti proposti
esclusivamente in formato digitale e impreziositi dalle belle copertine di
Ivana Stoyanova, ispirate ai test di Rorschach), uscita prevista a inizio 2013,
e poi il mio nuovo romanzo, al quale tengo in modo particolare (e anche
l’editore, un altro editore, sembra crederci molto), anche se è sempre così, il
libro che sto per pubblicare mi sembra sempre il migliore che ho scritto, il
più importante, mi succede tutte le volte, questa pubblicazione è prevista
nella seconda metà del 2013 (ma anche per scaramanzia non rivelerò più nulla),
però, a questo punto, il libro del quale le voglio parlare è il romanzo che sto
scrivendo in questo momento, il mio attuale cantiere di scrittura ancora
aperto, in corso d’opera, che inizia a New York l’undici settembre 2001, nel
momento esatto in cui crollano le Twins Tower, ed ha come idea di fondo il
grande ed intrigante tema della costruzione di una nuova identità, infatti il
protagonista (la storia è raccontata alla seconda persona singolare) approfitta
del fatto che tutti pensano che sia morto, “scomparso”, nel crollo delle torri
gemelle per sparire, davvero, e crearsi una nuova vita e una nuova identità,
appunto, da un’altra parte del mondo. Ma il fantasma del passato, la sua
vecchia vita, e un personaggio in particolare della sua vita precedente, fatica
a scrollarsi da quella nuova, trasformandosi quasi in un tormentone
esistenziale, una sorta di pesantissima ed ingombrante zavorra che lo tiene
ancora nel passato, che fatica a passare, nonostante tutto. Quasi a dire che
morire non basta per essere lasciati in pace: “non si è mai morti abbastanza”
dice ad un certo punto il protagonista del romanzo. ?Un libro sul tempo passato (ma anche
sul ripudio dello stesso) e sulla possibilità di costruzione di un futuro nato
però dall’affrancamento (non facile), quasi dalla cancellazione (problematica)
del passato stesso.?E questa è
la cosa che mi ossessiona in questo momento: perché è così che funziona la mia
scrittura, scrivo di ciò che mi ossessiona, e di solito continuo a scrivere
finché non smette di ossessionarmi.

Nota biografica

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha
pubblicato tre raccolte di racconti: “Harley-Davidson Racconti” (Stampa
Alternativa Editore, 1996, vendendone ventimila copie), “H-D / Harley-Davidson,
deserti e moderni vampiri” (Stampa Alternativa Editore, 1998), e “Generazione
di perplessi” (Edizioni della Sera, 2011) e cinque romanzi: “Anche i lupi
mannari fanno surf” (Robin, 2002), “Eccessi di realtà / Sushi Bar” (Gruppo
Editoriale Marche, 2003), “Millenovecentosettantasette / Fantasmi armati”
(Besa, 2006), “Carenze di futuro” (Zona, 2009) e nel 2010 “Il rumore della
terra che gira” (Perdisa Pop, nella collana di narrativa “Corsari” diretta da
Luigi Bernardi) e “Anche i lupi mannari fanno surf (Remix)” (Senzapatria
Editore, nella collana “On the road”). Suoi racconti sono stati pubblicati su
antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Foto di Franco Giaccone

27 dicembre 2012

il link diretto all’intervista:

http://hounlibrointesta.glamour.it/2012/12/27/10394/

 

Nicola Vacca recensisce “Generazione di perplessi” [Edizioni della Sera, 2011], il libro di Roberto Saporito

Adoro gli scrittori che non seguono affatto la logica del
mercato e si sentono liberi di pubblicare soltanto quello che hanno voglia di
scrivere.

Roberto Saporito è uno di questi. Vi consiglio di leggere “Generazione di
perplessi (Edizioni della sera). Diciannove racconti scritti e pensati in punta
di penna, graffianti e intelligenti. L’autore dà voce ai perplessi, che altro
non sono che i disincantati alle prese con la difficile progettualità della
propria esistenza.

Roberto sa usare la giusta misura dell’arte del racconto per inchiodare il
lettore, con uno stile essenziale, ai duri e crudi fatti dell’ esistenza.

Con una leggerezza da Lezioni americane, Roberto scrive della vita e di
nient’altro. Lo fa magistralmente e ognuno si sentirà toccato da queste pagine.
Perché ci raccontano dal vero nel tempo in cui nulla sembra avere alcun senso, e
il disincanto resta il modo più intelligente per stare al mondo.

Da leggere assolutamente perché non è un libro accomodante e Roberto Saporito è
un narratore vero che come il protagonista di un suo racconto scrive tutto come
viene alla mente, tutto senza filtri, senza neanche “pensare” a quello
che si sta scrivendo, ma scriverlo e basta.

Recensione a cura di Nicola Vacca [critico letterario e scrittore]
21 dicembre 2012

La Rivista “Cento Torri” [dicembre 2012] recensisce “Generazione di perplessi” [Edizioni della Sera], il libro di Roberto Saporito

La Rivista “Cento Torri” [dicembre 2012] recensisce “Generazione di perplessi” [Edizioni della Sera], il libro di Roberto Saporito
[recensione a cura di Gabriele Pieroni]

“Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito, che verrà pubblicato, in formato eBook, all’inizio del 2013, nella collana editoriale, ePop di Perdisa Pop Editore

“Un’educazione parigina”, il nuovo libro di Roberto Saporito, che verrà  pubblicato, in formato eBook, all’inizio del 2013, nella collana editoriale, diretta da Antonio Paolacci, ePop di Perdisa Pop Editore:

http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Digital-Only-ePop.aspx

Il blog letterario “La Poesia e Lo Spirito” ha pubblicato [oggi] l’incipit* del [piccolo] “grande romanzo americano” di Roberto Saporito [inedito, in fase di ennesima revisione], che inizia proprio a New York l’11 settembre 2001

Grande romanzo americano, di Roberto
Saporito

Pubblicato
da lapoesiaelospirito
-  settembre 11, 2012

Una cosa che succede quando
scrivi un libro è che tieni la morte al suo posto;

l’ideale è continuare ininterrottamente a scrivere.” (Bernard Malamud)

UNO

Quando apri gli occhi e guardi la
sveglia elettronica, la sveglia elettronica è spenta, senza vita. Hai la testa
pesante, hai dormito poco e male, hai bevuto troppo ieri sera e adesso non sai
che ore sono.

Prendi il cellulare sul comodino, guardi l’ora e urli:

“Cazzo, è tardissimo.”

Ti alzi, accendi la macchinetta del caffè, accendi la televisione, vai in bagno
a pisciare. Ti osservi allo specchio: hai avuto giorni migliori, non c’è che
dire.

Mentre aspetti che la macchinetta del caffè si scaldi butti l’occhio al
televisore e nel televisore c’è una delle Twin Towers che sputa fumo, che sputa
fumo esattamente all’altezza del tuo ufficio di rappresentanza, l’ufficio dove
tu in questo preciso momento dovresti essere, l’ufficio dal quale vendi e
compri opere d’arte dai prezzi impossibili, l’ufficio che è diventato la tua
vita, l’unica cosa che fai, l’unica cosa che pensi, l’unica cosa che ti fa
alzare la mattina, tutte le mattine, tranne oggi.

Alzi il volume.

Il giornalista alla televisione dice incendio, incidente, attentato, morti,
feriti, confusione, fumo, fumo, fumo.

Quando un aereo colpisce la torre nord tu apri la cassaforte e svuoti il suo
contenuto fatto di dollari, tantissimi, guadagnati in nero e li travasi nello
zaino che usi per andare in palestra.

Prendi solo i soldi, tutto il resto lo lasci lì dov’è, come se fossi
semplicemente uscito questa mattina per andare al lavoro, come tutte le
mattine. Tranne oggi.

L’unica cosa che riesci a pensare è la parola “sparire”.

Scendi nel garage sotterraneo e ne esci in sella della tua Vespa degli anni
settanta, un tuo vezzo vintage da newyorchese acquisito, un mezzo di trasporto
scomodo e moderatamente snob.

Prendi la direzione opposta alle torri, al fumo che anche da qui, sulla Madison
angolo 48esima, si vede alto e minaccioso e fuori contesto.

New York appare impazzita, in preda a terrore e curiosità, un cocktail
devastante, ma per te tutto questo appare solo come una possibilità di
cambiamento radicale: “sparire” è l’unico tuo pensiero.

“Sparire” è una parola magica. “Sparire” è un mantra che ti accompagna.
“Sparire”, “sparire”, “sparire”.

Fermo a un semaforo senti un tizio incollato ad una radio che dice che è
crollata la torre sud, la numero due, quella di fronte a dove tu dovresti
essere in questo preciso momento, quella dove sei sempre.

Sono morto, pensi.

Finalmente, sono morto, ed è assurdo da dire, ma per te è un pensiero
piacevole, un moltiplicatore di futuri, un azzeratore di passati.

Sono sparito.

Assapori la parola in bocca e ha un gusto buonissimo, come il più prelibato dei
cibi, foie gras di Fauchon.

DUE

Guardi per l’ennesima volta il
crollo delle torri, l’aereo che entra nel grattacielo come un coltello
affilatissimo nella carne. Una cosa di una precisione chirurgica. Più che carne
però sembra docile burro.

Guardi la televisione, è l’unica cosa che riesci a fare.

Sei nella stanza di uno squallido motel da qualche parte nel New Jersey.

Pensi a tutte le persone che sono morte, ma il vero pensiero fisso è che tutti
penseranno che tu sei morto, e se tutti lo pensano è come se fossi veramente
morto. Racconta una cosa, vera o falsa, almeno tre volte e quella cosa diventa
vera, comunque.

Guardi la tua torre che crolla e dici:

“Sono morto.”

Il famoso mercante italiano d’arte contemporanea è morto.

Il famoso mercante italiano d’arte contemporanea, che era stufo di essere un
mercante d’arte contemporanea è morto, è scomparso nel crollo delle torri.
Cazzo, suona benissimo, pensi, suona maledettamente bene.

La verità è che riesci a pensare solo a te stesso, come al solito: il mercante
è morto ma tu sei uguale a prima.

Il mercante è morto, viva il mercante.

Il mercante è scomparso e tu di colpo sorridi: non sono più nessuno, pensi. E
continui a sorridere.

E’ una sensazione bellissima non essere più nessuno e in modo particolare non
essere più quel mercante d’arte contemporanea che non sopportavi più.

Eri diventato un tale stronzo, un tale avvoltoio del cazzo che l’unica cosa che
potevi fare era morire.

La tua torre ricrolla e tu dici:

“Sei morto, stronzo.”

E la cosa ti dà una soddisfazione enorme.

TRE

“Dov’era lei quando sono crollate le
torri?” ti chiede il tipo del motel.

Bella domanda.

E da oggi in poi sarà una domanda ricorrente. Una sorta di intercalare
esistenziale.

“Dov’era lei quando sono crollate le torri?”

E ti viene da rispondere:

“Nella torre nord che mi è crollata addosso, uccidendomi.”

[di Roberto Saporito]

Incipit del [piccolo] “grande romanzo americano” [inedito] di Roberto Saporito [in fase di ennesima revisione]

*Il link diretto alle prime pagine del romanzo [inedito]:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/09/11/grande-romanzo-americano-di-roberto-saporito/

 

 

“Non Solo Noir” recensisce “Un’educazione parigina”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito [a cura di Fabrizio Fulio-Bragoni]

* Qualche riflessione su “Un’educazione parigina (o qualcosa del genere)”, romanzo inedito(1) di Roberto Saporito

I palazzi un po’ deprimenti della periferia di Parigi mi annunciano che in qualche modo sono arrivato alla fine del mio viaggio. È un quartiere altamente degradato e che un po’ mi spaventa. Transitando davanti ad una vetrina di un negozio di moto vedo la mia immagine riflessa ma non mi riconosco. Freno quel tanto che mi permettono i poco seri freni a bacchetta della bicicletta e torno indietro. Quello che si specchia è un barbone in bicicletta, quello che si specchia è un maleodorante e poco raccomandabile individuo. Quello che non è, è che non sono io, quantomeno non l’io che conoscevo prima di intraprendere questo folle viaggio in bicicletta dal sud della Francia. Il cartello malridotto con su scritto PARIS, con la R centrale quasi del tutto cancellata, mi strappa un sorriso, o comunque un suo esile parente(2).

Il “primo io”, proprietario di un sushi bar a Nizza (ereditato da Keiko, una vecchia amante ormai defunta), approda a Parigi con l’idea di aprire un secondo ristorante a Bastille, proprio “dietro alla piazza” (3).

Il “secondo io” arriva a Parigi in bicicletta, al termine di un viaggio tanto immotivato quanto folle(4), condotto, forse, all’inseguimento del fantasma di un vecchio amore di gioventù, nella  speranza (inconscia, salvo tardivi sprazzi di autocoscienza) di poter “creare un futuro per cancellare un passato ingombrante e fastidioso da ricordare [...] partendo da un passato [...] piacevole”(5).

Il “terzo io” è un ex-terrorista espatriato a Parigi chissà quando e chissà come. Anche se porta ancora sulle spalle gli spettri del terrorismo e i ricordi indelebili di una ragazza impiccatasi anni prima nel carcere di Cuneo, ormai si sente al sicuro in un Marais che lo ha “assorbito” e reso “un po’ invisibile”, come ha fatto con tanti altri “ex-terroristi o presunti tali”(6)…

Saporito decide di dare ai tre protagonisti dei suoi romanzi Eccessi di realtà/ Sushi Bar, Carenze di futuro e Millenovecentosettantasette/ Fantasmi armati una “seconda possibilità di essere raccontati”(7), mantenendoli anonimi(8) e costringendoli a testimoniare in prima persona e al presente (l’eterno presente di chi vive in un mondo ormai privo di teleologia), una triplice assenza di certezze, di scopi, di fulcro, di storia.
Nell’alternanza delle voci che si inseguono e nella varietà dei casi, queste tre non-vicende(9), le storie di questi personaggi alla deriva (in cerca di un senso o forse inconsciamente persi nell’attesa che il passato torni per salvarli o crollar loro addosso) in una Parigi “un po’ da ricchi e un po’ da rifugiati e un po’ da scappati di casa e un po’ alla moda e un po’ decadente e un po’ frutto di una propria elaborazione mitologica”(10), si impongono all’attenzione del lettore come un campionario ristretto ma di valore quasi universale; proprio come succedeva con i racconti della raccolta Generazione di perplessi (11).

Se ogni intreccio è selezione, taglio arbitrario all’interno del flusso del reale (autobiografia, reportage ecc.), o di un reale possibile (finzione), qui l’autore, istituendo una sorta di “turni” di narrazione, organizza il prodotto dei suoi tre “tagli” in una trama che illumina e porta allo scoperto proprio l’arbitrarietà della scelta: la composita e irregolare sovversione dell’ordine temporale non risponde a un tentativo di costruzione enigmistica, di creazione di suspence o di effetti sorpresa(12), ma trova la sua unica giustificazione nella decisione autoriale di imporre una regolarità all’alternanza delle voci narranti(13).

La prosa di Saporito, apparentemente semplice, è come al solito coltissima, fitta di rimandi inter-testuali autoctoni e alieni che spesso (anzi, verrebbe da dire la maggior parte delle volte), in un ennesimo gioco d’autore, esulano dai testi citati nell’inconsueta bibliografia preposta al testo(14): tracce di Gailly, certo, ma anche spettri di Echenoz, ombre di Djian, vaghi sentori da B. E. Ellis, e forse persino reminiscenze da Arancia Meccanica (quella di Kubrik, e non quella di Burgess) nel taglio cinematografico e nell’accelerazione di una scena di sesso a tre…

Se l’originalità di Generazione di Perplessi(15) consisteva nell’imporre al modello post-moderno una brusca sterzata verso l’esistenzialismo volta a riportare in primo piano il “contesto” (in opposizione al personaggio-testo) attraverso la costante frustrazione delle aspettative dei protagonisti, sul finale di Un’educazione parigina, la cosa si ripete in maniera altrettanto brusca, netta e inequivocabile. Ne emerge l’immagine fin troppo chiara e dolente di un “umano” (solidarietà? amicizia? affetto?) che soccombe sotto il peso del potere e della storia, come a sottolineare che auto-scrittura, auto-poiesi o bricolage (inteso in senso identitario), sono strumenti concessi (forse persino “spinti”) dal potere, fruibili all’interno di una “nicchia” (16), utili a distrarre da un “reale” che sarebbe poco definire deficitario, ma per il resto del tutto inadeguati(17)…

A questo punto, verrebbe voglia di chiedere all’autore se crede che la scrittura possa ancora svolgere un ruolo positivo, progressivo o addirittura rivoluzionario; se la “denuncia”, rivesta una qualche funzione; se la cultura abbia poi un qualche impatto positivo, o se la figura dello scrittore non si riduca, oggi, a quella di un solitario perso in un’inattuale pratica ascetica; in un impegno individuale che non ha scopo né funzione al di fuori di se’. Ma chissà poi che non ci sia modo di farlo… magari nel corso di una qualche presentazione di questo romanzo che, ci auguriamo, troverà presto un editore.

 

(1)Nota: Come si recensisce un romanzo inedito?
In questo caso la cosa è molto semplice: né più né meno come uno edito; senza concessioni né considerazione per il fatto che il testo in questione non sia stato editato ma solo auto-editato (il che, quando si ha a che fare con Un’educazione parigina, non è un problema: Saporito è un professionista, e si vede) e che non abbia superato i meccanismi di selezione attraverso i quali le opere generalmente accedono al mercato editoriale…
(2)Roberto Saporito, Un’educazione parigina (o qualcosa del genere), inedito, 2012, p.21.
(3)Ivi, p. 11.
(4)“Quello che devo fare a questo punto è trovare un nuovo motivo, un senso al mio andare in bicicletta a Parigi” si legge a p. 14, e, man mano che le pagine scorrono, il viaggio del “secondo io” si manifesta come una via di mezzo tra una deriva surrealista e il perdersi -psicologico E geografico- di Victoire, protagonista di Un Année di Echenoz.
(5)Ivi, p. 22.
(6)Ivi, p. 15.
(7)Ivi, p. 8
(8)Come si addice a tre sconosciuti che, pur arrivando quasi a sfiorarsi, si muovono senza convergere sullo sfondo indifferente di una grande città…
(9)La mancanza di quello “sviluppo” generalmente connesso alla nozione di trama rende problematica l’applicazione del termine a questi tre romanzi nel romanzo…
(10) Ivi, p.16
(11) Roberto Saporito, Generazione di perplessi, Edizioni della Sera, Roma 2011.
(12)Nella deprimente quasi-inutilità di ogni avvenimento, lo sfiorarsi dei personaggi produce un tiepido effetto sorpresa che lascia (volutamente) indifferenti.
(13)Il contrasto tra la vanità delle azioni dei tre personaggi (innominati e pertanto quasi impersonali) e la radicalità della scelta autoriale (si realizza, qui, una sorta di coincidenza tra “autoriale” e “autoritario”) sembra forzare la convivenza di un piano più strettamente esistenziale (e anzi esistenzialista) con uno livello metanarrativo e “demistificante”: da un lato c’è la volontà di raccontare una serie (anzi tre serie) di scelte prese o non prese, di azioni spesso poco più che incidentali, favorite o osteggiate dal caso o persino dalla struttura politica e sociale; dall’altro la chiara coscienza che ogni racconto è pur sempre una finzione, tanto ben testimoniata dall’eccessiva, anti-naturale e anti-cronologica aritmetica dell’alternanza, “espediente” (sia preso il termine in maniera molto lata) narrativo che ha un ché di nouvelle vague. Sembra di rivedere gli anti-illusori stacchi sporchi di Godard, o gli sguardi dritti in macchina (quelle occhiate dirette con le quali gli attori svelavano l’esistenza di un pubblico) inseriti in barba alle regole del découpage classico…
(14)Consigli di lettura, Ivi, p.7
(15) Come nella già citata raccolta, anche qui, in questa ennesima, riuscitissima, incursione tra le paure, le ansie e le miserie di una “generazione di perplessi” che, vivendo nell’era post-moderna ha assunto, suo malgrado, una posizione anti-storica e sovra-temporale, caricando del peso dell’eternità tutti i suoi drammi, non mancano le sarcastiche strizzate d’occhio, intratestuali (si veda il caso dello scrittore Tommaso Ferro, costretto a fingersi gay per trovare il successo) ed extratestuali, allo stato dell’editoria nazionale: Un’educazione parigina è stato proposto a molti recensori con l’idea “un po’ post-moderna” -così argomentava l’autore nella mail d’accompagnamento delle bozze- di far recensire un romanzo inedito. Non so che effetto abbia fatto la proposta agli altri recensori, ma, per quanto mi riguarda, dato che permetteva di ribadire che chi si occupa di letteratura sul web -in particolare chi scrive recensioni- non è un pubblicitario non retribuito, o ancora peggio un “pappagallo” -si veda Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, Minimum Fax, Roma 2011, traduzione di Matteo Colombo-, e allo stesso tempo di riaffermare che la buona letteratura spesso sfugge (a)i canali dell’editoria tradizionale, a rischio di rimanere inedita, l’ho accolta come un vero e proprio invito a nozze…
(16)Che, come Marx insegna, si sottrae al sistema capitalista, ma gli resta funzionale.
(17)Come a dire che, a dispetto di ogni sforzo, limitandosi a “riscrivere” il testo (se stesso), il soggetto non può modificare il contesto, né sottrarsi alla sua soverchiante pressione.

il link diretto alla recensione:

http://hotmag.me/nonsolonoir/2012/07/05/saporito_educazione_parigina/

*(L’autore Roberto Saporito in una foto di Franco Giaccone)

 

 

Michele Fiano recensisce “Un’educazione parigina”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito

“Un’educazione parigina” – Roberto
Saporito

di Michele Fiano

Dopo avere sperimentato — con esiti mai ordinari — varie
forme narrative, Roberto Saporito torna alla prima persona, affidando il
compito di intrattenere il lettore a tre io narranti: il titolare di un sushi
bar, un improvvisato ciclista che pedala verso Parigi — la Ville Lumière, va da
sé, esercita un influsso determinante sui tre —, e un ex terrorista costretto a
mantenere il profilo basso. L’ossessione per il tempo e, in particolar modo, la
molteplice visuale dello spazio in cui esso scorre, sono i perni attorno ai
quali vorticano le esistenze dei personaggi, volte alla ricerca del senso,
della meta, del motivo. Argomentazioni che ricordano — senza voler fare
paragoni roboanti — quelle utilizzate da Jennifer Egan nel suo lavoro,
vincitore del Pulitzer per la narrativa, Il
tempo è un bastardo
. La scrittura minimale, priva di infiorettature ed
eclatanti colpi di scena, è vivacizzata da scene molto singolari, come quella
dello scrittore che si ritrova a meditare sul tentativo di un outing inverso:
ammettere di essere eterosessuale e di avere artificiata la fama di scrittore
gay che scrive libri gay. È difficile ipotizzare, in un primo momento, che i
tre vissuti possano intersecarsi, ma c’è più di un fattore che li accomuna:
sono animati dall’esigenza di costruirsi un futuro, di allontanarsi dai
fantasmi del passato, e allo stesso tempo di rivendicare i momenti topici
dell’attuale; i veri e propri tuffi nel presente sono finalizzati ad assaporare
il momento dell’impatto, cristallizzare quell’istante per esorcizzare la morte
che è dappertutto, che c’è. Quello che purtroppo non c’è è questo romanzo,
ancora inedito per una serie di sfortunati eventi. Per ora nessun lettore potrà
apprezzarne fascino ed essenzialità. Nell’attesa che qualche editore dia forma
a questa ennesima prova di buona scrittura dell’autore, si consiglia di
intrattenersi con gli splendidi pezzi che ne costituiscono il corredo musicale.

recensione a cura di Michele Fiano.

Raffaello Ferrante recensisce “Un’educazione parigina”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito

RECENSIONE AD UN LIBRO CHE NON C’E’

“UN’EDUCAZIONE PARIGINA”,  di Roberto Saporito

In Place de la Bastille
a Parigi, c’è un uomo. È seduto in un locale che si chiama Indiana Café sorseggiando un margarita e pensando a Keiko,
all’anniversario della sua morte. Quell’uomo ha un sushi bar a Nizza e ora s’è fatto convincere da Yukio, il fidato cuoco del suo locale,
ad aprirne uno anche a Parigi. Aspetta qualcuno. Aspetta Amélie. Amélie è la ragazza di Yukio, è giovane, bella e per mano lo
conduce all’interno della chiatta che l’uomo ha ormeggiato lungo il canale. Si
spoglia Amélie, sfilandosi il cappotto nero e mostrando all’uomo la
sua biancheria intima… L’uomo in sella alla sua bici nera olandese è finalmente giunto a Parigi. Il viaggio dal sud della
Francia è stato devastante e lungo, tanto che il suo aspetto ora è quello di un perfetto clochard locale. Capelli e barba
arruffati, vestiti logori, odore nauseabondo. Eppure è testardamente arrivato alla sua meta. Si, ma ora? Cercare
Simone dopo vent’anni è come sperare di trovare il
fatidico ago nel pagliaio. Da dove cominciare?, si chiede già tradendo l’iniziale euforia che lo ha assalito non appena
messo piede a Parigi. Da dove ripartire?… Il terzo uomo è seduto in un Caffé nel quartiere parigino di
Marais. Sfoglia un libro comprato da una libreria italiana e osserva Ottone, il
suo ex compagno di lotta armata sprofondato pensieroso nel solito divano
rivestito di velluto rosso. Ottone non si rassegna all’idea dell’esilio
forzato, non se ne fa una ragione, proprio non riesce a godersi
quell’immobilismo ovattato, quell’opprimente attesa. L’uomo invece oramai si è ambientato a Parigi e cerca di assaporarne ogni respiro.
Il passato italiano oramai non lo riguarda più. Non si sente un
esule. Almeno non più. Pensa a tutto ciò, quando nel locale entra la sua vicina di casa. La donna
lo saluta educatamente ma va a sedersi altrove. L’uomo vede Ottone ridestarsi
improvvisamente dai suoi pensieri e illuminare lo sguardo davanti alla figura
esile della donna. Ottone dopo il carcere è diventato poco incline ai
rapporti umani, ma è chiaro che la grazia di Simone
lo turba da morire…

Roberto Saporito mette in scena
il romanzo che – per ora – non c’è. O per meglio dire il romanzo che – per ora – non troverete in nessuna
libreria né reale né virtuale. Perché Un’educazione
parigina
in realtà esiste eccome, pur essendo
presente solo sulle poche e polverose scrivanie di fortunati lettori a cui
Roberto ha gentilmente concesso l’esclusiva di una recensione pre
pubblicazione, sovvertendo così il mesozoico cliché delle parti in gioco e realizzando il perfetto corto
circuito editoriale. È la pubblicazione che rende
dignità editoriale ad un opera? Spesso si. Nel caso di Un’educazione parigina, assolutamente
no! Tre tranche de vie, tre segmenti di vite già vissute in
altrettanti romanzi precedenti. Una chance che lo scrittore di Alba ha voluto
regalare ai tre fortunati personaggi protagonisti di quelle storie stesse. Non
hanno un nome ma tre destini diametralmente opposti eppure inesorabilmente
intrecciati. Perché la vita in fondo è una serie di strade non prese o imboccate per errore, un
inestricabile gioco di specchi dentro il quale ognuno di noi riverbera il proprio
destino. Così i tre Io narranti inseguono ognuno la sua chimera, ognuno
il proprio sogno, tutti e tre accomunati però
dall’irresistibile e ineluttabile desiderio di fuga. In mezzo a loro Parigi -
città feticcio per le storie di Saporito – e più in generale una Francia ancora affascinante e nostalgica
come una nobildonna un po’ decaduta. Una Parigi piena di bistrò, caffè, quasi didascalica nella sua
sciccosa e un po’ snob alterigia, pregna ancora del fascino retrò da Belle Époque, di alleniana/hemingwayana
memoria. Le storie che racconta Saporito non hanno mai un inizio e una fine
certa. Il lettore si deve sempre accontentare di accompagnare i personaggi per
un tratto di strada, senza fare troppe domande, senza chiedersi troppo da dove
i protagonisti vengano e sopratutto dove andranno. Una penna sempre lucida,
dolce, carezzevole, capace di delineare in modo impeccabile personaggi dal
carattere solitario, un po’ randagio, sempre in cerca di una via alternativa e
intellettualmente più onesta per evadere della
frenetica pochezza che il nulla cosmico del presente offre. E se questa via non
c’è non resta che la fuga. Parafrasando Salvatores, i romanzi
di Saporito sono quasi sempre dedicati a
tutti quelli che stanno scappando…   
 

9 giugno 2012

recensione a cura di Raffaello Ferrante

il link diretto alla recensione:

http://blog.libero.it/mensinsana/11371361.html

 

“Musicaos” recensisce “Un’educazione parigina”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito [a cura di Luciano Pagano]

? musicaos.it ?

“Musicaos.it, uno degli snodi fondamentali della blogosfera letteraria
che ha retto al crollo della medesima.”
Giuseppe Genna
Giugno
1, 2012

Per un sovvertimento delle buone maniere.

Per un sovver­ti­mento delle buone maniere (ed­i­to­ri­ali) ovvero
Re­cen­sione di un ro­manzo ined­ito scritto da Roberto Sapor­ito.

“Un’ed­u­cazione pa­rig­ina” l’ul­timo ro­manzo, in or­dine di tempo, di Roberto Sapor­ito. Si badi bene, ‘in or­dine di tempo’. L’espres­sione è gius­ti­fi­cata dal fatto che il ro­manzo è an­cora ined­ito, di con­seguenza non sap­pi­amo quando i let­tori po­tranno godere della sua let­tura. Non es­cludo a pri­ori che se qual­cuno di voi vo­lesse leg­gere in an­teprima il ro­manzo potrebbe farlo chieden­dolo all’au­tore. Nella scrit­tura bisogna provare. In un certo senso questo ar­ti­colo è una re­cen­sione in­ter­at­tiva o proat­tiva che dir si voglia, per usare un ter­mine dep­re­ca­bile tanto amato dai man­ager e dai mo­ti­va­tori azien­dali; tanto vale sco­prire le carte e dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Sarà la realtà ro­manzesca, tanto, a costru­irci at­torno ab­bas­tanza bar­riere e cu­ni­coli, tanti da farci in­trapren­dere la scop­erta di qual­cosa che è (un ro­manzo ined­ito) con il deside­rio che sia (un ro­manzo edito).

Si com­in­cia con la fuga di un cuoco, da Nizza, a Pa­rigi. Si tratta del cuoco di un sushi-bar che ha in­ten­zione di es­pan­dere l’at­tività nella cap­i­tale francese, in un tempo bur­ras­coso con­dito di amori ir­risolti. È che certe volte ci vuole una scusa, per fug­gire e per in­trapren­dere qual­cosa di nuovo, una scusa per ri­com­in­ciare da un’altra parte, una scusa per non morire. Il sec­ondo è un uomo che gira di notte, in cerca della sua strada, in una Pa­rigi in­definita, a bordo di una bi­ci­cletta olan­dese. Che cosa ci fa un uomo su una bi­ci­cletta olan­dese nel bel mezzo della notte, a Pa­rigi? Già, cosa ci fa? Il terzo uomo è un in­tel­let­tuale rifu­giatosi a Pa­rigi in­sieme a altri suoi ‘sim­ili’, fug­gito da una guerra civile che nes­suno vuole am­met­tere – in pa­tria – come tale, non si sa il perché.

La sua vic­ina di casa, Si­mone, legge “Lib­er­a­tio”n com­po­nendo il quadretto di un idil­lio esule, roba d’altri tempi di­rebbe qual­cuno, quasi lo sce­nario di una sit-com d’avant-garde tutta deleuze&guat­tari&fou­cault&lacan&de­but­dun­lutte, se non fosse che gli ideatori di sit-com o fic­tion non sono in cerca di soggetti sim­ili per ab­buf­fare i palins­esti e si ac­con­tentano di sto­rie gon­fi­a­bili recitate in at­tori am­bosessi al­tret­tanto gon­fi­a­bili. La de­lin­eazione di questi tre inizi, da parte di Roberto Sapor­ito, con­ferma la sua abilità – oltre che come nar­ra­tore – di trat­teggia­tore di carat­teri, una carat­ter­is­tica che ho avuto leggendo i suoi la­vori prece­denti…

aperta par­entesi» Gen­er­azione di per­p­lessi (Edi­zioni della sera, 2011) – Il ru­more della terra che gira (Perdisa Pop) “una delle più belle sto­rie d’amore che ho letto” (Lu­ciano Pagano) – Mil­len­ove­cen­toset­tan­te­sette. Fan­tasmi ar­mati (Besa, 2006) – il primo dei lupi man­nari che fanno surf non l’ho an­cora letto ma sono gius­ti­fi­cato dal fatto che ho ap­pena letto un ro­manzo ined­ito« chiusa par­entesi

…e che qui trovo con­fer­mata, sem­pre più af­fi­lata, sem­pre più rap­ida e es­sen­ziale.

Roberto Sapor­ito somiglia a uno di quei pit­tori di quadri che vi potrebbe cap­itare di in­con­trare nelle grandi cap­i­tali eu­ropee du­rante un vi­ag­gio es­tem­po­ra­neo, uno di quelli che quando pas­sate da­vanti alla tela bianca vi voltate un sec­ondo e il quadro è lì, pronto, fo­tografico, netto, iden­tico alla realtà che vi cade da­vanti agli occhi; ci ri­manete male perché vi siete persi l’at­timo della creazione al­lora as­pet­tate il capi­tolo seguente, per vedere come fa l’au­tore a de­scri­vere e de­lin­eare in così poche pa­role un’at­mos­fera, un per­son­ag­gio, un ri­cordo come se fosse co­mune. Pas­si­amo al sec­ondo ‘giro di boa’ e le cose di­ven­tano più com­pli­cate. Il primo io, non sap­pi­amo se già bas­tardo-di-suo o se in­fluen­zato dall’aria pa­rig­ina, si com­porta come è giusto che sia, facendo il cas­camorto (ce la farà?) con una donna che in teo­ria (molto poco let­ter­aria) è già im­peg­nata; e anche qui pochi tratti carat­ter­is­tici per­me­t­tono a Sapor­ito di far finire la vita nel suo ro­manzo.

Tutti gli uo­mini as­pi­rano alla per­fezione, sem­bra dirsi, ma pochi ci ri­escono, tut­tavia non è detto che l’im­per­fezione non sia unica, ir­ripetibile, desider­abile, allo stesso modo della per­fezione cui as­pira.

Unico tes­ti­mone un cane che ha il nome di uno scrit­tore che è tutto dire, las­ci­amo al let­tore fu­turo il gusto della scop­erta. An­di­amo avanti e la trama si in­fit­tisce rap­ida, alla stessa ve­locità delle ped­alate di quello che ab­bi­amo chiam­ato il “sec­ondo uomo”, che presto finirà per es­sere coin­volto, rin­cor­rendo il suo pas­sato, nella vita degli altri per­son­aggi. La quo­tid­i­anità dei per­son­aggi si mescola al pas­sato dei miti pa­rig­ini, da Mar­cel Proust a Jim Mor­ri­son, per fare due nomi che soltanto a chi non ha letto questo ro­manzo po­tranno sem­brare agli an­tipodi.

Roberto Sapor­ito prende la con­tem­po­raneità e la riveste di un’aura mit­ica, anche quando uti­lizza una colonna sonora che sem­bra risuonare di clas­sici, spaziando tra i generi, salvo poi ac­corg­erti che molti dei pezzi che la com­pon­gono sono re­centi, al­cuni re­cen­tis­simi; questa è una delle abilità in­site nell’au­tore, che si unisce a quella di trat­teggiare una Pa­rigi che sem­bra in­cro­ciarela Beat Gen­er­a­tion alla prima parte di uno dei cap­ola­vori del se­c­olo scorso, Fi­esta di Hem­ing­way. Quello che ac­cadrà in se­guito è tutto da sco­prire, il meltin-pot, l’in­ter­nazion­al­ismo, il pas­sato che torna sui suoi passi, l’amore ru­bato e l’amore in­se­guito, sono al­cuni dei temi che daranno corso alle ‘sto­rie par­al­lele’ facen­dole in­ter­se­care come in una delle migliori pel­li­cole di Kievs­loski. Un vor­tice di situ­azioni equiv­oche ma senza equiv­oci, sesso e per­ver­sione, tradi­mento. Dif­fi­cile tradurre in modo com­posto un ro­manzo dove c’è aria di noir e com­me­dia allo stesso tempo, so­prat­tutto cer­cando di in­cu­riosire il let­tore quanto basta senza in­gannare l’au­tore e sve­lare troppo la sua trama in­geg­nosa. Il per­son­ag­gio di Amelie, sfuggente e de­cisa, è quello che resta più im­presso in­sieme a quello del suo ‘in­se­gui­tore’.

Un ro­manzo di fughe che prepara una fuga, questo potrebbe dirsi in poche pa­role, ma sarebbe ridut­tivo per un libro che ri­esce, nello spazio di un centi­naio di pagine, a evo­care tutta la tavolozza di emozioni e sen­ti­menti di cui siamo fatti, in­ter­es­sante es­per­i­mento che con­ferma le ca­pacità di sin­tesi e evo­cazione di Roberto Sapor­ito.

Questa re­cen­sione a un ro­manzo ter­mina qui. Vi au­guro di poter leg­gere questo ro­manzo al più presto. Poi mi dite.

Lu­ciano Pagano

http://?www.?musicaos.?it

Di­men­ti­cavo, il blog di Roberto Sapor­ito è qui: http://?romanzo.?blog.?tiscali.?it/?

 il link diretto alla recensione:

 http://lucianopagano.tumblr.com/post/24154107993/per-un-sovvertimento-delle-buone-maniere

 

“Liberi di Scrivere” recensisce “Un’educazione parigina”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito

Liberi di Scrivere

Recensione di Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito

Io mi trovo bene a Parigi, in questa Parigi un po’ da ricchi e un po’ da rifugiati e un po’ da scappati di casa e un po’ alla moda e un po’ decadente e un po’ frutto di una propria elaborazione mitologica, e per ora tutto questo mi basta. La lotta no, non mi interessa più.

Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito è un romanzo breve un po’ speciale. Non ha copertina, non ha editore, per lo meno non ancora, come entità editoriale “libro”non esiste, i lettori non possono recarsi in libreria e trovarlo sugli scaffali. Tuttavia l’autore mi ha proposto di recensirlo dicendomi: “E’ solo un’idea [un po’ "postmoderna-situazionista", se vogliamo], ma magari è una buona idea, anche solo per smuovere questo “fangoso” mondo editoriale, per fare qualcosa che [forse] nessuno ha mai fatto: leggere la recensione di un romanzo che ancora non è stato pubblicato.” Vi chiederete voi che senso ha recensire un libro che non c’è, che i lettori non potranno leggere, come se le recensioni fossero unicamente spot pubblicitari finalizzati alla vendita e non magari un discorso culturale più ampio e un pelino più nobile, una forma d’arte come dice Saporito. Certo c’è sempre il rischio di commettere non un crimine ma un gioco speculativo un po’ da intellettuali decadenti e bohemienne, gli sfavorevoli diranno sterile perché non ancorato a sagge e avvedute manovre di marketing, ma chi l’ha detto che nella vita non si possa trasgredire ogni tanto le regole del buon senso e inoltrarsi in un terreno sconosciuto e non privo di bellezza che a me ricorda tanto gli orologi liquefatti di Salvador Dalì. E così eccomi qua a parlare di un romanzo che ha un che di mitologico come l’unicorno, o il drago alato delle favole medioevali. Da critico letterario in erba e recensore per passione la sfida non potrebbe essere più stimolante.
Un’ educazione parigina è un romanzo multi sensoriale, è provvisto infatti di una colonna sonora, che se aveste a disposizione il testo trovereste a pagina 6, che va dagli Strokes, ai Kasabian alla Yellow Magic Orchestra, e di una lista di consigli di lettura a pagina 7, piuttosto composita, trovereste infatti libri di autori come Patrick Modiano, alternati ad altri di Ken Bruen o Christian Gailly senza privarci di classici come La versione di Barney di Mordechai Richler o Bonjour ristesse di Françoise Segan. Saporito si sa è uno scrittore colto e raffinato, portatore sano di una sensibilità a volte ingombrante ma mai presuntuosa e forse fuori moda. Legge di tutto con una predilezione per la letteratura americana contemporanea della quale oltre che estimatore è proprio un fine cultore. Non a caso Luigi Bernardi aveva scelto personalmente questo libro per la pubblicazione, poi la crisi, la dannata crisi che ci impantana, ha compromesso tutto e a spinto l’autore a cercare un nuovo editore. Prima di iniziare la lettura del romanzo vi trovereste a leggere una breve nota dell’autore una specie di mappa che vi guiderà nella lettura simile ad un faro che nelle notti di burrasca indica gli scogli ai naviganti e la giusta rotta. Il discorso sembra complesso ma in realtà non lo è, è anzi affascinante. L’autore si è così innamorato di tre personaggi dei sui libri precedenti che ha deciso di farli rivivere ancora in questo libro come tre io narranti senza nome. Le storie di questi tre io narranti, ambientate in massima parte a Parigi, si rincorrono di capitolo in capitolo e ogni capitolo ha un io narrante senza nome differente come protagonista: “primo io”, “secondo io” e “terzo io”.
Come sottofondo il rumore del traffico di Parigi, lo sciabordare della Senna e queste tre vite che si intrecciano, si sfiorano, respirano in un canone a tre voci virtuosisticamente stilizzato. Tracce distintive riportano ai personaggi dei libri precedenti, fuggevoli ma inconfondibili, come non pensare alla bicicletta con cui il protagonista di Carenze di futuro vuole raggiungere Parigi, e la vita fluisce, tanti fotogrammi che si susseguono verso un finale che non c’è. Come la sceneggiatura di un film francese della Nouvelle Vague, uno di quei collage esistenziali recitati pianissimo tra voci che si rincorrono tra il rumore cacofonico delle tazzine e i cucchiaini che tintinnano in un bar. La scrittura di Saporito affascina, come sempre anche quando parla di cose minime, in un minimalismo suo proprio che ne fa la cifra distintiva della sua scrittura. Riflesso di quanto la psicologia dell’uomo moderno sia frammentata quasi che i tre “io” siano i volti di un medesimo personaggio quasi da teatro dell’assurdo. Il titolo farebbe pensare ad un romanzo di formazione ma a dire il vero i personaggi sono già formati, maturi, si limitano a vivere, a domandarsi cose, a vagare per la città fatta di zone degradate, cimiteri storici, caffè all’aperto, librerie, mercatini da strada e tetti, i magnifici tetti di Parigi. Il resto è silenzio.

Torino, 31 maggio 2012

Il link diretto alla recensione:

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2012/05/31/recensione-di-un-educazione-parigina-o-qualcosa-del-genere-di-roberto-saporito/

foto di Roberto Saporito a cura di Franco Giaccone

Marco Proietti Mancini recensisce “Un’educazione parigina (O qualcosa del genere)”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito [ma non ancora pubblicato da nessun editore]***

Marco Proietti Mancini recensisce “Un’educazione parigina (O qualcosa del genere)”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito [ma non ancora pubblicato da nessun editore]***

 Recensione di un romanzo non (ancora) pubblicato

 di Marco Proietti Mancini 

 Un’educazione parigina – Roberto Saporito

Un romanzo inedito, che non ha conosciuto la deflorazione dell’editing e la contaminazione di occhi interessati alla pubblicazione, quindi al mercimonio, è comunque un “romanzo”, un libro? O è solamente un sogno, l’utopia di un autore, che rivendica nella sua scrittura di avere una voce, comunque, oltre le regole del business e della distribuzione, dell’IBAN e del prezzo di copertina, diritti d’autore al netto dell’IVA?

Inutile, non andate a cercare da nessuna parte informazioni su “Un’educazione parigina” di Roberto Saporito; non ne troverete. Non lo troverete su BOL, né su IBS, né in nessun’altra libreria, né on line né fisica. Non potrete ordinarlo, non potrete scaricarlo in formato e-book. Se andrete sul sito dell’autore – peraltro già abbastanza prolifico di pubblicazioni – non rintraccerete nessun accenno a questo romanzo.

Quindi “Un’educazione parigina” non esiste. Ma io l’ho letto.

Roberto Saporito osa l’esperimento massimo che si possa realizzare in letteratura, fare in modo che un romanzo esista senza bisogno di diventare un libro, né digitale né cartaceo, creare il delitto senza che si trovi il cadavere, né l’arma del delitto, solo il colpevole, senza neanche un movente. Ed io che sono l’investigatore mi trovo a conoscere l’assassino, senza poter dimostrare con nessuna prova che è lui, neanche la sua confessione mi può bastare.

“Un’educazione parigina” è un romanzo di Roberto Saporito, un romanzo in tre “io” e comprimari, diversi, che poi si incrociano (due “io” su tre e i comprimari di tutti e tre gli “io”); ci sto riuscendo, a non farvi capire un cazzo? Sì? Perfetto.

Riprende tre personaggi già raccontati in altri libri, romanzi, storie (questi normali), sottrae loro il nome e ogni descrizione fisica che possa permetterci di riconoscerli, di immaginarli; solo di uno, il “secondo io” sappiamo all’inizio che ha la barba lunga ed incolta. Ma se la taglia subito, quindi anche questo sparuto appiglio di immagine sparisce. Non sono tre uomini, sono tre entità “primo io”, “secondo io”, “terzo io”. Quindi, come viene facile capire, sono le storie di tre “io”, maschi, raccontate in prima persona singolare, tempo presente.

Questi tre “io” vivono a Parigi; più o meno tutti e tre obbligati a viverci, da una ossessione, per una fuga, per un rifugio. Parigi è un ritorno, comunque, per tutti e tre. Al passato, all’utero materno, ad una rivoluzione persa. Sono tre “io” sconfitti. Le storie dei tre “io” si incrociano con quelle di altri personaggi, uomini e donne, questi si con un nome, una faccia, le descrizione delle loro rughe e delle loro tette. Definizione dei tre “io” di Roberto Saporito, tre ritratti senza volto, tre uomini di Magritte immersi in una stampa nitida in cui tutto è definito, tranne loro, i tre protagonisti, che non si conoscono e non si riconoscono, neanche quando si incontrano. Altro parallelo, questo romanzo non-libro di Roberto Saporito è una storia Altmaniana, come in un film di Altman mille rivoli convergono, ed un attimo prima di confluire, un nulla li separa di nuovo.

Scrive bene, Roberto Saporito, consapevole di saperlo fare; a volte gigioneggia, si comporta da istrione, ed il suo palcoscenico sono le pagine inesistenti di questo romanzo non-libro. I suoi “io” sono coglioni ed insieme furbi, saprofiti ed insieme benefattori, egoisticamente generosi. Non fanno mai paura, semmai hanno paura, della sconfitta. Ogni tanto si voltano verso il pubblico, lettore sconosciuto, e gli strizzano l’occhio complici, come a dire: “ti piacerebbe stare qui al posto mio, eh?!”

Roberto Saporito è un affabulatore, un Petrolini della parola scritta; inanella aggettivi, descrizioni, particolari, ridonda senza nauseare, esagera senza stancare. Ubriaca, senza stordire.

Altro? Sì. Una osservazione già fatta in un’altra recensione per una raccolta di racconti di Roberto. Quasi mai ci fa sapere quali sono i sentimenti, le emozioni, che vivono sotto la pelle dei suoi protagonisti. Anzi, stavolta qualcosina la racconta, ma sempre poco, sempre accennata appena. Mai nulla che vada oltre un accenno di deglutizione, un crampo leggero alla bocca dello stomaco. Noi sappiamo che i suoi protagonisti, i tre “io”, provano paura, rabbia, desiderio, dolore. Lo sappiamo, perché Roberto Saporito fa in modo di farci sentire a NOI quei sentimenti, vestendoci dei panni dei suoi protagonisti. Ma quasi (ripeto, quasi) mai ci dice che i suoi tre “io” stanno provando qualcosa. Se questa è tecnica, è tecnica sopraffina.

Però c’è una cosa che mi ha fatto incazzare, profondamente e veramente, leggendo questo romanzo che non esiste, queste storie, storia, non-libro. Che le tre storie, che poi sono una, che poi sono, potrebbero essere cinque, sei, nove, ventiquattro, moltiplicando a potenza i tre “io” con le tre donne che incontrano, gli amici che frequentano e che a loro volte si incontrano tra loro; ecco, ad un certo punto Roberto Saporito smette di raccontare, ovvero di scrivere. Come un ponte che si ferma a metà del fiume. Il romanzo non finisce, almeno per me. Non ha una fine, non ha epilogo, né bello, né brutto. Come se io finissi di scrivere lasciando una par

ola a metà.

Capito il concetto? Ad un certo punto, un punto che potrebbe essere qualsiasi punto tra l’inizio e la vera fine di una storia, Roberto Saporito decide che non scrive più; e ci lascia, anzi MI lascia, perché voi (forse) non lo leggerete mai questo romanzo, con il dubbio di sapere come finirà la storia di “primo io”, come evolverà la ricerca di “secondo io”, come riuscirà “terzo io” a sentirsi libero, salvo. Ecco, sincero, nel bene e nel male, se questo romanzo fosse stato un libro ed io lo avessi comprato, pagato, una non-fine così mi avrebbe fatto incazzare, non poco.

 Recensione a cura di Marco Proietti Mancini [scrittore e recensore]

 *** Nota di Roberto Saporito: quella che parte oggi è la prima di una serie di recensioni dedicate a “Un’educazione parigina (O qualcosa del genere)”, il mio nuovo romanzo [ma non ancora pubblicato da nessun editore].

Il tutto è nato da una mia idea [un po’ "postmoderna-situazionista", se vogliamo], per fare qualcosa che [forse] nessuno ha mai fatto: far leggere la recensione di un romanzo che ancora non è stato pubblicato [e anche per smuovere questo “fangoso” mondo editoriale]. L’idea è piaciuta ad alcuni critici letterari e recensori che hanno avuto il testo in lettura in anteprima [si tratta di un romanzo che avrebbe dovuto essere pubblicato all’inizio del 2012, ma che per vari problemi, non ultimo la crisi del mercato editoriale, non è avvenuto].

I recensori stanno quindi scrivendo [o hanno già scritto] una recensione senza “suggerimenti” esterni, senza comunicati stampa, quarte di copertina, postfazioni e prefazioni, lanci promozionali, pressioni delle case editrici, fascette d’autore, ecc, ecc…

Quasi la contrapposizione tra due libertà: quella dell’autore, senza filtri [anche se il romanzo in oggetto era già stato scelto da una casa editrice per la pubblicazione], e quella del recensore, che parte “solo” da un testo da leggere e recensire e da una pagina bianca, quella del monitor del suo computer.

La recensione [quasi] come “forma d’arte” a sé e non come mezzo per vendere qualcosa.

Una provocazione?

Sicuramente un’idea che è piaciuta molto agli addetti ai lavori, che per una volta, forse, si sono letti un libro con una spirito differente [e chissà se i risultati saranno anche diversi].

“Oubliette Magazine” recensisce “Un’educazione parigina”, il nuovo romanzo di Roberto Saporito [a cura di Lori Serra]

“Un’educazione parigina”, libro di Roberto Saporito – recensione di Lori Serra

giu 5, 2012

Il padrone di un sushi bar di Nizza con l’intenzione di aprire un nuovo ristorante, un uomo innamorato della sua professoressa dell’ Università, un ex terrorista che ha chiuso con la lotta armata. “Parigi val bene una Messa”. Enrico IV di Francia aveva ragione?

Così sembrano pensarla i tre “Io” narranti del nuovo libro scritto da Roberto Saporito. Non importa se provengano da posti e storie diverse, chiunque abbia negli occhi la bellezza che Parigi irradia la sera, il sentore di vecchio e nuovo che solo lì è così evidente può capire la decisione dei tre di partire perla Ville Lumiere.

Li avviciniamo capitolo dopo capitolo; come sempre nei romanzi di Roberto nessun personaggio è completo o definito. Ognuno di loro può avere la faccia della persona che ci è camminata accanto ieri mattina o il tizio nella metropolitana che abbiamo visto sei mesi fa.

Perché sono così accattivanti i tre uomini del libro? Uno è il classico bastardo che non si vorrebbe mai incontrare, il secondo ha la dolcezza ruvida di adolescente che insegue il sogno da studente , il terzo fa capire che una certa idea di morte che si portava appresso è finita per sempre.

Potete immaginarveli come volete, alti/bassi, biondi/bruni: in comune hanno solo la tenacia e dalla loro parte una buona dose di fortuna. Non si concludono le loro storie, almeno non nel senso di poter mettere la parola “fine” a quello che accade, ma a pensarci bene è proprio per questo che rimangono impresse, che fanno riflettere e ( non soltanto un po’) discutere sulle decisioni che si prendono nella vita.

Ciò che faccio io si ripercuote nella vita degli altri? E se sì, in quale maniera? Mettete poi nella mistura che qualche personaggio deriva da altre fatiche letterarie di Roberto, quasi a proseguire nella loro evoluzione (o involuzione?). E poi mancano tutte le altre vicende che – invece – si vorrebbero leggere. Di ogni altra persona che i tre “Io” incontrano sul loro cammino. Insomma un libro che ti mostra le storie e poi ti dice “beh, prosegui come vuoi”.

Tanto, ogni “Io” non se la prenderà a male, anzi. Eppure non si riesce ad immaginarli fuori dalle “grinfie” del loro creatore. Ultima e non meno importante considerazione: il libro è inedito, forse non ancora forzatamente “spogliato” o “rifatto” a seguire le indicazioni dell’editoria corrente. Un surplus, probabilmente, che lo rende ancora più leggibile. E apprezzabile.

P.S. Andatevi a leggere gli altri libri di Saporito. (Il quadro apparirà più chiaro, ma scordatevi di capire tutto, per l’illuminazione serve un altro capitolo. O due, o tre.)

Written by Lori Serra

il link diretto alla recensione:

http://oubliettemagazine.com/2012/06/05/uneducazione-parigina-libro-di-roberto-saporito-recensione-di-lori-serra/